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Nazionale A: presto l’atalantino numero 24?

Tra dopodomani e lunedì saranno in due a rappresentare la patria portandosi dentro i colori di Bergamo. Della serie, quando il nerazzurro perde la sua tinta più estrema per lasciare a nudo la mise in cui si riconoscono tutti gli italiani che amano lo sport. Non è così strano che una squadra tradizionalmente riconosciuta come fucina di talenti sia stata la fornitrice a fasi alterne del Club Italia. Stupisce, anzi, che dando un’occhiata fugace alle statistiche gli atalantini in Nazionale A siano storicamente così pochi. Misteri della geopolitica del pallone, la cui regola non scritta prevede che senza la consacrazione del passaggio in uno squadrone quell’Azzurro il più della volte rimanga un sogno nel cassetto. In attesa che il freschissimo convocato Bryan Cristante timbri il suo cartellino, magari insieme a Leonardo Spinazzola che ha già quattro obliterate nel suo, fino a oggi l’apporto dell’Atalanta alla rappresentativa di bandiera è di 23 giocatori.

In 15 hanno ascoltato l’Inno di Mameli esclusivamente da rappresentanti del calcio di casa nostra. In cima alla lista c’è il recordman di gol (112 con la Dea) Cristiano Doni, 7 match conditi dalla rete proprio all’esordio, nell’undici i Giovanni Trapattoni, per l’1-1 a casa del Giappone a Saitama il 7 novembre 2001. Per lui anche l’onore della maglia da titolare ai Mondiali del 2002 contro Ecuador (2-0) e Croazia (1-2). A quota 5 presenze e nello stesso periodo ecco Luciano Zauri, ovvero quando gli abruzzesi andavano di moda a Zingonia (vedi Morfeo) e si guadagnavano pane e carriera da mestieranti di fascia: nel palmarès, tre amichevoli con Marocco, Slovenia e Turchia (le prime due da subentrato) più le qualificazioni europee con Serbia e Galles. Spina è già a 4 da atalantino: battesimo del fuoco il 28 marzo scorso come cambio dell’ex Zappacosta nel 2-1 all’Amsterdam Arena e già il naso nel girone di qualificazione a Russia 2018. Tornando indietro fino agli anni cinquanta spunta la mezzala di punta Adriano Bassetto, vicentino ex Sampdoria, tris in due friendly match e in Coppa Internazionale tra i 29 e i 30 senza segnare a dispetto dei 57 sotto le Mura Venete. Tre su tre anche per Federico Peluso (5 agosto 2012, Italia-Inghilterra 1-2; qualificazioni mondiali il 7 settembre 2012, Bulgaria-Italia 2-2, e l’11 settembre 2012, Italia-Malta 2-0), con la chicca del pallone nel sacco nell’ultima partita concessagli da Cesare Prandelli.

Nel gruppo del due su due, invece, assortimento vasto e variegato. Humberto Maschio, con Sivori e Angelillo nel trio de Los Angeles con la Cara Sucia (gli Angeli dalla Faccia Sporca, trionfatori al Sudamericano 1957), oriundo di Avellaneda di classe cristallina diventato grande nel Racing e passato anche da Bologna, Fiorentina e Inter, non ricorderà con piacere i trascorsi con la divisa d’adozione: dopo la placida amichevole vinta 2-1 con la Francia il 5 maggio del ’62, ecco la Battaglia mundial di Santiago il 2 giugno successivo in Cile con Leonel Sanchez a rompergli con un pugno il setto nasale (2-0 per i padroni di casa e addio). Alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 le sole presenze azzurre dell’aitante terzino destro Battista “Titta” Rota, il 16 luglio (due giorni prima del ventesimo compleanno) nel comodo 8-0 agli Usa e il 21 nella disfatta con tris agli ottavi per mano della Grande Ungheria (doppio Palotas e Kocsis) di Puskas e Hidegkuti che poi vinse il torneo dei cinque cerchi. Stesso score per Sergio Porrini, in seguito felicemente juventino: due incontri di qualificazione al mondiale Usa, il 24 marzo 1993 Italia-Malta 6-1 (Qualificazioni Mondiali) e il 14 aprile Italia-Estonia 2-0.

E siamo arrivati a quanti da portacolori della Città dei Mille hanno totalizzato una sola allacciata di scarpini. Incipit obbligato per il calciatore atalantino che ha segnato più gol per la patria a livello senior, Angelo Longoni, che il 9 dicembre del ’56 stese l’Austria in Coppa Internazionale con una doppietta a Genova (2-1). Comparsata discretamente pesante, pur senza metterla, per il lalliese Angelo Domenghini, che avrebbe fatto le fortune della Grande Inter di Herrera vincendo anche l’europeo in casa nel 1968 e finendo travolto dal Brasile nella finalissima a Città del Messico due anni più tardi: per il Domingo, prototipo dell’ala destra di cui s’è perso lo stampo, da bergamasco atalantino l’1-1 di Roma (Gusarov e Rivera) del 13 novembre 1963 con l’Urss nel ritorno delle qualificazioni agli europei di Spagna, ma a rovinare tutto all’andata (a segno Ponedelnik e Cislenko) il 13 ottobre era stato il rosso a Pascutti per un pugno a Dubinsky in realtà mai sferrato. Più in là, altre 32 sfide con il Tricolore tra i denti e un settebello calato in porta.

Nell’elenco degli uno su uno troviamo elementi nostrani, campioni a chilometro zero come lo zanichese Giancarlo Cadè, il portiere Pierluigi Pizzaballa e Damiano Zenoni, oltre al recentissimo mulo Andrea Petagna, al veneto anni ’50 Pierluigi Ronzon e all’altro argentino del lotto, che fa rima con Ezequiel Schelotto, la plusvalenza capolavoro di Carlo Osti: chi se lo dimentica quel ferragosto 2012 a Berna contro l’Inghilterra (1-2) di Hodgson? Tra quelli che in azzurro avrebbero trovato più spazio e maggiori fortune altrove, “Porta Bronzea” Bepi Casari (2 su 6, tra cui il 9-0 agli americani nell’Olimpiade inglese del 1948), Giacomo Mari (2 su 8, altro bianconero), Jack Bonaventura (1 su 8), Manolo Gabbiadini (1 su 9), Pippo Inzaghi (1 su 57, 25 reti), Gianluigi Lentini (1 su 13) e Cristian Zenoni (1 su 2). Forza, Bryan, sei tutti noi.

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