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Spagna, Italia e compagni: che sfide per Berisha

Gli ostacoli della vita per le partite della vita. Spagna e Italia, da affrontare difendendo la bandiera patria tra dopodomani ad Alicante e lunedì a Scutari, inseguendo il sogno di una rimonta impossibile. E magari del mondiale russo del 2018, la materializzazione di un’accoppiata da urlo per una Nazione piccola così che qualificandosi agli Europei francesi aveva già stupito l’orbe pallonaro. Sei punti da recuperare alla seconda a due sole giornate del gong, però, vuoi mettere. C’è il girone G in salita, pardon in pendenza tale che il Galibier e la Cima Coppi al confronto gli fanno un baffo. Eppure uno come Etrit Berisha, numero uno dell’Albania e dell’Atalanta, delle sfide non può avere paura. Lo s’è capito non appena approdato a Bergamo all’ultimo tuffo del calciomercato nell’estate del 2016: quanto ci ha messo a fare le scarpe a Sportiello? Idem alla Lazio in precedenza: sessanta partite in un triennio partendo da secondo di Marchetti, all’epoca tanto all’apice da pensare di poter insidiare il posto di Buffon in Nazionale, sono grasso che cola e fa curriculum.

Ancor prima, il portierone atalantino, che domenica sera con la Juve ne ha fatta una abbastanza grossa sul vantaggio di Bernardeschi non trattenendo il tiretto di Matuidi per rifarsi cogli interessi blindando il 2-2 in remuntada nel finale, insieme alla valigia sotto il letto aveva afferrato il coraggio a due mani per trasferirsi da ragazzo dal 2 Korriku al Kalmar in Svezia. Ha anche segnato dal dischetto quattro volte, tutte con la squadra del profondo nord, inziando il 12 luglio 2012 nel 4-0 al Cliftonville in Europa League e chiudendo il primo settembre 2013 con il matchball all’Halmstad; a metà del guado, Helsingborg (ko per 7 a 2) e Brommapojkarna (2-2 a dieci dal novantesimo). Una delle specialità, a parte levare la ragnatela dagli angoli più reconditi della porta, grazie all’apertura alare consona a un tipetto di centimetri centonovantaquattro, è abbassare la saracinesca sui piedi dei rigoristi. Sette volte su ventitré in carriera, una sola volta in nazionale, lui che da kosovaro di Pristina ne indossa la maglia con un orgoglio comunque incapace di bruciarne il proverbiale senso di sicurezza: se l’ultima vittima illustre è lo juventino Dybala, la lista comprende Spycher degli Young Boys (sconfitta per 3-0) in EL (9 agosto 2012), il bielorusso Kalachev per blindare gli occhiali il 15 novembre 2013 in trasferta, Dyakov del Ludogorets (ancora non ci giocava Palomino) in maglia biancoceleste il 20 febbraio 2014 (0-1), l’interista Icardi il 10 maggio 2015, Söderlund del Rosenborg (3-1 casalingo) il 22 ottobre dello stesso anno e il futuro compagno Paloschi del Chievo nel 4-1 all’Olimpico del 24 gennaio 2016.

Ma a parte gli iberici, frastornati da una latente guerra civile tra Catalani e fedelissimi o quasi di Madrid, la sfida nella sfida è quella con gli Azzurri. Perché assume essa stessa i contorni di una lotta fratricida. Perché oltre a Leonardo Spinazzola, guadagnatosi la nomea di cocco del ct Ventura per il match da titolare proprio contro la Spagna nonostante fosse in odore di violazione di codice etico per le bizze da separato in casa a Zingonia, stavolta s’è aggiunto pure Bryan Cristante, uno dei plus di una Dea con ben pochi minus visti gli exploit sui due fronti. A Palermo, nella vittoria italiana all’inglese grazie a De Rossi (dagli undici metri) e Immobile il 24 marzo scorso, Etrit la pertica magica non c’era. La porta era occupata dal suo erede a Formello Strakosha, di riserva Hoxha e Shehi. Mancò dunque il confronto-scontro-abbraccio con gli ex compagni Candreva, Parolo (già incontrato a Genova il 18 novembre ’14, gol di Okaka) e Gagliardini e con il vicino di spogliatoio Petagna, uno in campo e tre rimasti in panchina. Con il tecnico Christian Panucci, in sella in sostituzione dell’albanese onorario Gianni De Biasi dal 19 luglio, la mission appare più che impossible.

Berisha, nondimeno, è sull’attenti. Vorrà sicuramente soffittare nel cassettone degli incubi lo sciagurato colpo a freddo su Zahavi che costò ai suoi il secondo rosso (dopo quello all’atalantino Djimsiti, all’epoca parcheggiato ad Avellino) e il secondo rigore (neutralizzato da Hoxha), quell’infausto 12 novembre 2016 col tris sulla gobba preso da Israele. Fosse andata diversamente, visto il pan per focaccia al ritorno (con lui assente), la rimonta assomiglierebbe meno a una chimera. Ma adesso ci sono gli amici da battere, quelli con cui condividere le visioni trionfali in nerazzurro, perché si mettono fra i piedi delle ambizioni albanesi di un riscatto e di un nuovo miracolo. Anche se a dirla fuori dai denti bisognerebbe anzitutto sperare nella Macedonia.

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