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Il turnover, i 6 baby e Gasperini che non li vede

Se non è un cambio di strategia, poco ci manca. Gian Piero Gasperini, oltre a ribadire quello che per lui era l’ovvio e lo scontato fin dal 2016-2017 da nerazzurro novizio, è stato chiaro a costo di sembrare brutale: “26 giocatori sono troppi, ho sempre detto che preferisco lavorare con rose ristrette – l’estratto dello sfogo nel dopogara col Verona mercoledì scorso -. Ci sono tanti giovani che a conti fatti non mi servono, perché in campo al massimo si può andare in 14″. La chiamavano la linea verde, anche se quel colore visto il capitombolo di Udine rischia di non essere più di moda per motivi scaramantici. La notizia è che l’Atalanta, nota per le infornate di baby, la più parte del vivaio di casa, rivenduti poi con il fruscio delle banconote della plusvalenza ad allietare l’udito dei piani alti di Zingonia, ne ha in organico 6 che sta sottoutilizzando. Spesso dimenticati sul fondo della panchina. Eppure farebbero comodo, coi cali di tensione che attanagliano i titolari, i maratoneti dell’impegno sui due fronti già protagonisti in negativo di tre ko in rimonta con Napoli, Samp e appunto le Zebrette.

Invece no, la voglia di rischiare non c’è. Il ’96 Gianluca Mancini è pressoché un moloch nella difesa dell’Under 21 di Gigi Di Biagio, ma il Gasp gli ha regalato 71 giri di lancetta di pura necessità il 24 settembre a Firenze causa cedimento del retto femorale sinistro di Toloi. Stop. Alessandro Bastoni, ragazzo del ’99 rimasto a titolo temporaneo (due annate) dopo l’acquisto dell’Inter a fine agosto, è stato beneficato degli ultimi 17 minuti col Crotone a fine estate (20 settembre) al posto di Masiello e a risultato (5-1) acquisito. Forse, realizzato il colpo in uscita, non si avverte più il bisogno della vetrina, concessa in 4 occasioni nelle precedenti allacciate di scarpe a partire dalla Coppa Italia (30 novembre, dal 1′ contro il Pescara) e dall’esordio in A del 22 gennaio 2017 (a braccetto col coetaneo di cui si dirà più sotto) contro i blucerchiati cancellando Schick, per poi proseguire coi part time con Inter e Udinese. Nicolas Haas (’96) e l’altro maggiorenne da poco Filippo Melegoni, del resto, hanno visto col binocolo perfino l’area per il riscaldamento a partita in corso: 11 comparsate tra i riservisti per l’Under 21 svizzero, 3 panchine e altre 3 convocazioni per l’interno azzanese, azzurrino Under 19 che in estate era stato accostato all’Avellino (una colonia bergamasca: Anton Kresic, Salvatore Molina ed Emanuele Suagher) e aveva poi visto sfumare il parcheggio nel Venezia di Superpippo Inzaghi.

Non è proprio una virata così brusca: i vari Conti, Gagliardini, Caldara e Kessie in rampa di lancio nella passata stagione dei record non erano e non sono di primo pelo, tre ’94 e un ’96. Normalissimo, quindi, che a ‘sto giro siano considerati giovani un ’94 come Hateboer o i ’95 già rodati come Cristante, Castagne e Petagna. Manco le “regole” in prima e seconda categoria. Dei bimbi, però, rispetto alle abitudini da Villa Arzilla dell’era Colantuono-Reja, che al massimo era riuscita ad aumentare il minutaggio da piazzata della coppia del ’92 Zappacosta-Baselli, 11 milioni in cassa dal Torino e tanti saluti. Scorrendo l’elenco dei sottoquota in ottica lista dei 25 over, il più impiegato, recentemente tornato in auge dall’infrasettimanale con l’Hellas dopo il cambio dell’acciaccato Ilicic nella tana dei Viola e un tris di allegre riscaldate di sedile, è il journeyman dell’attacco Riccardo Orsolini, prestito biennale juventino in arrivo da Ascoli che la società avrebbe quindi tutto l’interesse a valorizzare. Solo che con Gomez, Ilicic e Kurtic davanti, ciccia: troppo ala destra mancina da tridente puro senza rientri in copertura, ergo 6 panchine e 5 subentri da 97 minuti totali, e non basta essersi procurato il rigorino del pari col Chievo al battesimo del fuoco con la massima serie dopo aver rilevato Castagne o aver chiuso il set virtuale coi Pitagorici prima che il Var gli ricacciasse in gola l’esultanza sull’assist smarcante di Luca Vido, ventenne anche lui e recente compagno di Olimpiadi dove l’ascolano è stato Scarpa d’Oro.

E siamo all’ultimo, in ordine di ruolo (una punta a tutto fronte), dei virgulti che forse sarebbe meglio gettare nella mischia osando l’inosabile, anche perché a Santa Lucia inizia pure la Coppa Italia – dagli ottavi, con Sassuolo o Bari: lo si saprà il 29 novembre – e i tempi di recupero per gli stakanovisti si assottiglieranno ulteriormente, al contrario del tunnel dell’infermeria. Il bassanese scuola Milan, ennesimo simbolo della rivisitazione dei piani del club, ovvero al netto dei canterani superstiti le promesse in erba ce le prendiamo già fatte da fuori, ha conosciuto la prima alla Scala del pallone nella già citata manita sporca ai Nicola-boys rilevando Petagna, ha proseguito a Genova (Ilicic) e s’è potuto togliere ultimamente le ragnatele nella disfida in chiaroscuro al Triveneto dando fiato al Papu e all’ariete triestino. A score sigillato o quasi, coi gialloblù Kurtic ha azzeccato il terno a un amen, o a match appena buttato via, leggi a tre corsette di cronometro dallo stordente assolo del 2-1 di Barak alla Dacia Arena. La domanda sorge spontanea: come faranno a essere decisivi quelli che un giorno saranno famosi, se la pettorina possono togliersela solo quando gli altri, nel bene o nel male, hanno determinato da mo’ il corso degli eventi? Li avete comprati, ci avete creduto, lasciateli giocare.

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