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Il fuorigioco – “Raccontami chi erano Tardelli, Baggio, Del Piero, Totti e Grosso”

“Dai vai a letto”
“No, voglio vedere”
“Cosa vuoi vedere?”
“Cosa fanno adesso i giocatori, cosa dice Buffon. Voglio capire”

Papà sta cercando di convincere mia sorella Mariachiara, 15 anni, ad andare a letto. L’Italia ha appena pareggiato 0-0 con la Svezia e non sarà ai mondiali di Russia 2018. E’ una tragedia, ma domani la vita va avanti, la campanella a scuola suona comunque alle 8. Lei però non ne vuole sapere. Cresciuta in una famiglia di quattro maschi drogati di sport e di pallone, ha sofferto con noi davanti alla tv per 90’. L’ho sentita tremare nei minuti di recupero.

Mentre attendiamo, ancora increduli, che qualcuno si degni di parlare ai microfoni della Rai, scorrono le immagini della sigla post partita. Vittorio Pozzo alza la Coppa Rimet, Tardelli corre urlante nel prato del Bernabeu, Cannavaro fa vedere a Berlino la Coppa del Mondo, dopo che Grosso ha trasformato il rigore decisivo.

“Questi sì che erano uomini, i nostri uomini”, dice papà con un pizzico di ironia e una vagonata di nostalgia.
BuffonCannavaroDel PieroGrosso”, ribatte Mariachiara cercando di indovinare i volti che corrono sullo schermo.
Io, di ghiaccio, mi scaldo un po’ a pensare a quei momenti. Ma monta anche la rabbia a pensare a quanto sarà brutto assistere ai mondiali piuttosto che esserci dentro.

Le immagini terminano con Roberto Baggio che calcia alto il rigore nella finale di Usa ’94 contro il Brasile.
“Che rigore era quello lì di Baggio?”, chiede Mariachiara.
“Quello della finale che abbiamo perso ai rigori contro il Brasile, nel 1994”, rispondo sorridendo nel pensare che sa chi è Baggio, aumentando la mia malinconia pensando che, seppur piccolissimo, ho qualche ricordo di quel momento, pensando che certe emozioni – anche se riferite solo ad un pallone – scandiscono la vita di ognuno di noi.
“Tu te la ricordi quella partita?”, mi chiede.
“Abbastanza. Eravamo in montagna, c’erano i nostri cugini brasiliani con noi. Era sera per via del fuso orario e mi ricordo che rimasi in silenzio a lungo, lunghissimo. Il giorno dopo, nel prato sotto casa, cercai di calciare lo stesso rigore mille volte sperando che entrasse e che in quel modo la Coppa del Mondo l’avremmo vinta noi. Ovviamente non successe nulla di tutto ciò e quando realizzai che avrei dovuto aspettare altri quattro anni per rivedere i mondiali piansi. A quell’età ogni anno sembra un’eternità, alla soglia dei trent’anni 4 anni volano via in un attimo”.

Mi guarda incuriosita, affascinata forse perché capisce anche lei dalle mie parole che quel calcio non c’è più.
“Ma quindi per te è la prima volta che non vedrai l’Italia ai Mondiali”, mi butta lì quasi compatendomi.
“Esatto”, rispondo, contento per il fatto che sia una femmina e in quel momento stia soffrendo un po’ meno. Fosse maschio sarebbe peggio, questa Nazionale gli avrebbe tolto il gusto di affrontare un anno scolastico attendendo solo l’arrivo dei Mondiali a giugno, quando i liceali tornano a vivere la loro vita spensierata anche grazie a quell’evento.

“E invece gli altri Mondiali te li ricordi?”, mi chiede incurante di papà che fa di tutto per portarla a letto.
“Sì certo, uno per uno. Nel 1998 mi ricordo che le prime tre partite le avevamo viste nella nostra casa al mare con un amico della nonna che faceva molto ridere. Due le avevamo vinte, una pareggiata. Era una grande squadra, mi ricordo che si litigava perché qualcuno voleva che giocasse Baggio e qualcun altro voleva Del Piero”.
“Urca, cioè lì c’era Baggio e Del Piero… adesso abbiamo Candreva e Darmian. Non vale, anche io volevo vederli quelli”, mi dice lei.
“Sì, ma non ti dico che delusione quando siamo usciti. Eravamo in Corsica e giocavamo contro la Francia, speravamo così tanto di vincere e andare a festeggiare in mezzo a loro. E invece abbiamo perso ai rigori: mi ricordo che mi ero rovinato la vacanza e mi ricordo che, siccome ero bambino, mi ero convinto che l’Italia ai rigori non potesse vincere, come fosse una regola. Mi ricordo anche che negli ultimi minuti Baggio aveva sfiorato il gol e il papà aveva gridato, saltando in aria e toccando la testa sul soffitto che era abbastanza basso”.
“Ahahahaha, me lo immagino avrei voluto esserci anche io. Non è giusto che quelle cose le avete viste e io no”, sbuffa Mariachiara.

“Non ti dico quattro anni dopo…”, dico cercando di consolarla.
“Cosa?”, mi chiede pretendendo un racconto.
“Eravamo una nazionale fortissima, Giappone e Corea 2002. Avevo più o meno la tua età e le prime partite le avevo viste con degli amici. C’era ancora la scuola, ma ormai era finita. Era ancora più bello perché avevamo giocato all’ora di pranzo per cui andavamo a scuola sperando più di ogni altra volta che finisse veloce per andare a vedere la partita dell’Italia. La partita decisiva, quella degli ottavi di finale contro la Corea del Sud, l’avevamo vista tutti insieme a casa della nonna. Non ricordo bene perché, forse perché tu avevi un mese e non volevamo disturbare i tuoi sonnellini. Andò male, vinsero loro grazie al golden gol”.
“Il??” mi chiede lei stranita.
“Ah già, non puoi saperlo. Era una regola nuova: il primo che segnava nei supplementari vinceva. Segnarono loro a poco dalla fine. Mi ricordo ancora che rimasi sdraiato sulla moquette della nonna per almeno un’ora. Il papà cercò di convincermi ad andare via, ma nulla. Piangevo. Avevo la tua età. Quell’estate fu un po’ meno estate a causa di quella batosta”.
“Però poi il Mondiale dopo ci siamo rifatti. Io non mi ricordo niente anche se avevo 4 anni”, dice lei
“Dormivi quella sera, eri pronta a seguire la partita con noi tutta eccitata ma dopo 10’ eri già a letto e nemmeno le nostre urla ti avevano svegliato. Mi ricordo benissimo la semifinale vista anche quella al mare come le prime partite del 1998. Tu dormivi già, ma quando Grosso segnò l’uno a zero urlammo in un modo disumano e sentimmo il boato delle case vicine. Mi affacciai alla finestra, c’erano i vicini che esultavano. Ti ricordi che non li sopportavamo? Ecco, quella sera festeggiammo insieme. Al gol di Del Piero ci abbracciammo pure, anche se non ci eravamo mai rivolti la parola. La finale invece a casa, in mansarda perché ci eravamo convinti che portasse bene. Gli ultimi 5’ dei supplementari non li avevo guardati, troppa ansia. Ma al gol di Grosso successe di tutto. Mi ricordo soprattutto la mattina seguente, dopo una notte di festa, che rimasi a letto fino a tardi e mi sembrava di essere più in vacanza di quando si è in vacanza. Quell’estate l’estate sembrò più estate. Finalmente poi non dovevamo più chiedere al papà come era stato vincere nel 1982…”, chiudo dando un’occhiata al papà.
“La nostra Italia è quella del 1982, voi non potete neanche immaginare cosa erano per noi quei ragazzi. Zoff, Gentile, Cabrini…” dice snocciolando la formazione e andandosene a letto.
“Certo che io sono sfortunata. Quelli dopo di mondiali me li ricordo. Che schifo”, dice lei pensando a Sudafrica e Brasile.
“E pensa che quest’anno non li vedremo proprio” dico io.
“Non è giusto, voi avete avuto un’infanzia più felice. Sono la solita che si è persa i momenti più belli. Non solo nel calcio”, dice lei sbuffando, con quell’esagerazione che è dei giovanissimi, andandosene a letto senza nemmeno salutarmi. Come se fosse colpa mia se l’Italia degli ultimi 11 abbia regalato solo delusioni.
E’ notte fonda e l’amarezza per non esserci qualificati ai mondiali viene sovrastata dalla gratitudine nel pensare che i miei anni più giovani e ingenui, dove il calcio regola gli umori più degli ormoni, li ho vissuti con Baresi, Maldini, Baggio, Del Piero, Buffon, Cannavaro e Grosso, mentre ai più giovani è stata tolta anche questa prospettiva: quella di una Nazionale che può far diventare un’estate più estate del solito.

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3 anni fa

Come spiegare ai bambini in che mondo stanno crescendo ? Veramente dai , lo stadio è bello ma siate seri, il calcio è un gioco , ,a vita e’ un ‘altra cosa…

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3 anni fa

Scusatemi….. si sopravvive benissimo…. c’è di peggio

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