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Il fuorigioco – L’Atalanta è un sole all’alba

Chissà se nel calcio conta più l’ingenuità, la spregiudicatezza e l’ardore giovanile oppure a fare la differenza sono esperienza, maturità, tattica e furbizia. La storia insegna che nove volte su dieci vincono i più esperti, i più maliziosi, quelli che sono abituati a giocare dentro a certi palcoscenici. L’Atalanta di questa Europa League però ci costringe a rivedere un po’ le proporzioni o forse ad interrogarci ancora una volta: la banda di Gasperini è ancora la squadra di provincia che si affaccia all’Europa con disincanto riuscendo a mettere sotto tutte le avversarie del girone? Oppure è una squadra che sa quello che vuole perché guidata da un allenatore e da una società coi piedi ben piantati per terra, ma che vive tutto con una consapevole leggerezza?

Rispondere non è cosa semplice, perché ad ogni partita siamo qui a dire: questa è l’impresa più bella. Lo avevamo scritto qualche settimana fa di un’Atalanta alla Bubka che alza l’asticella ad ogni partita e dobbiamo ripeterci. Lo ha detto Gasperini ieri dopo la vittoria col Lione: questo è il punto più alto per noi in Europa quest’anno. Ma non lo era già stato la vittoria a Liverpool? E ancora prima non lo era stato il 3-0 dell’esordio? Sì, sì e sì ma quest’anno non si smette di scalare. E il bello forse è questo, che quella dell’Atalanta non è una meteora destinata a splendere e a spegnersi, ma è un sole all’alba che si sta ancora levando nel cielo più limpido e che non ha ancora raggiunto il suo mezzogiorno.

Disincanto o maturità, forse l’Atalanta porta con sé entrambe le doti, sta di fatto che adesso si fa sul serio. Se l’esperienza nel girone è stata un sogno, una follia, un’impresa insperata ora è lecito e ragionevole aspettarsi che questa squadra inizi a prendere confidenza con la realtà e punti agli ottavi di finale. Non è ingordigia, non è voler ambire a qualcosa di impossibile: è guardarsi negli occhi e dirsi che è possibile farlo.

Anche perché l’Atalanta ha davvero l’uomo in più (anche) quest’anno. Il pubblico. Dopo la partita col Benevento mi è capitato di passeggiare per qualche istante sul prato dell’Atleti Azzurri d’Italia. Fari ancora accesi, tribune completamente deserte. Mi sono guardato attorno e mi sono chiesto cosa possa percepire un giocatore quando gioca e attorno ha 20mila persone che tifano per lui e per l’Atalanta. Qualcuno dice che non ci si accorge, io credo che quando hai 15mila bandierine bianche che sventolano sulle note di “Alè alè alè ‘Talanta alè” non sia possibile non percepire qualcosa di particolare.

Ogni partita europea quest’anno è una finale nel vero senso della parola, è un evento, un voler vivere fino in fondo qualcosa che oggi c’è e domani chissà. Visti i risultati, forse hanno ragione quelli che ci dicono che anche la vita va vissuta così. È un tifo genuino quello degli atalantini, è un voler accompagnare i ragazzi dal 1’ al 90’ in modo sano e spontaneo, con lo stesso disincanto e con la stessa esperienza con la quali i calciatori affrontano le partite.

L’importante è che la maglia (dei giocatori e dei tifosi) sia sudata, sempre. Su questo non si transige. E non si transige nemmeno sull’allegria di questa squadra. Abbiamo chiesto al Papu pochi giorni fa di rimettere in campo e fuori la sua argentinità: l’ha fatto, uscendo letteralmente preso in braccio dall’orsetto Petagna dopo due prestazioni monstre e l’ambiente si è ulteriormente incendiato.

Per tutto il resto non è un sogno da cui bisogna svegliarsi, perché Bergamo e l’Atalanta sono svegli, vivono e scrivono la realtà. E stanno già pensando ai capitoli successivi da scrivere in questo che non è un libro delle favole, ma un manuale di storia del calcio.

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