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All’Atalanta da corsa serve Montolivo?

Indicato come possibile cavallo di ritorno in una mediana da corroborare, il caravaggino non sembra il profilo utile per un ruolo che richiede resistenza e corsa

Il gioco di Gian Piero Gasperini, fascia e mediana a due col falso trequartista che rientra dopo aver attaccato, richiede padronanza dei mezzi, sudore ed elmetto calato. L’identikit perfetto di Marten de Roon, il frangiflutti che ha imparato a inserirsi e anche ad allargarsi per crossare, e Remo Freuler, l’ercolino sempre in piedi, lo svizzero puntualissimo come un orologio delle sue parti quando si tratta di lottare, correre, fare le due fasi e correre ancora. Sono rispettivamente il dodicesimo e il sesto giocatore dell’intera serie A per chilometri percorsi. A gennaio, via Luca Valzania al Frosinone, a coprire loro le spalle per la seconda metà di stagione è rimasto il solo Matteo Pessina, essendo Mario Pasalic perennemente sballottato fra la mediana e la zolla appena dietro la linea d’attacco. Con tutto ciò, ecco il rumor di calciomercato che spinge verso l’Atalanta un possibile cavallo di ritorno come Riccardo Montolivo. Gran recuperatore di palloni finito praticamente fuori rosa al Milan con le sue zero presenze nell’ultima stagione: fra tre giorni (30 giugno) il contratto verrà lasciato scadere senza batter ciglio. Davvero ciò che serve ai nerazzurri?

FIGLIOL PRODIGO. Il caravaggino a Zingonia c’è nato e cresciuto calcisticamente. In un calcio sempre più dominato da business, lustrini e paillettes, il fattore del cuore e delle emozioni rivendica il suo posticino, il suo angoletto al riparo da ogni altra considerazione. E si tratterebbe comunque di un parametro zero. L’unico vero pro dell’affare, se davvero venisse concluso. Venuto alla luce a Milano il 18 gennaio 1985, madre (Anje) tedesca di Kiel, Montolivo da giovanissimo stupì tutti con la sua padronanza del piede e del gioco. Un regista con passo cadenzato, un po’ alla Pirlo, bravo da fermo e nei lanci come nei passaggi corti. Valorizzato, in nerazzurro, appena maggiorenne in B da Andrea Mandorlini: l’11 settembre 2003 l’esordio cadetto col Piacenza, subentrato al 36′ del secondo tempo a Michele Marcolini. 41 presenze, 21 da titolare, 4 gol e promozione. La prima volta nella massima serie, invece, in Atalanta-Lecce (2-2) del 12 settembre 2004.

VIA A VENT’ANNI. Non seguì in cadetteria la squadra retrocessa sotto Delio Rossi, sostituto in panchina del Ravennate: per lui la Fiorentina e quindi i rossoneri, attraversando un decennio buono nella Nazionale maggiore (66 e 2 reti), argento agli europei polacco-ucraini nel 2012 e bronzo alla Confederations Cup in Brasile l’anno dopo.

I TROFEI. Fedelissimo in viola e in azzurro di Cesare Prandelli, un altro prodotto del vivaio atalantino, in azzurro anche le giovanili dall’Under 15 in su. Ma la bacheca non s’è mai riempita sul serio: campionato Allievi Nazionali 2001-2002, preso per mano dalla levatrice di talenti che risponde al nome di Alessio Pala, Coppa Italia Primavera 2002-2003 (Giancarlo Finardi), Supercoppa Italiana 2016, Oscar del calcio AIC come miglior giovane nel 2007, Globe Soccer Awards (Premio speciale) nel 2014. Abbandonata la Fiorentina nel 2012 perché desideroso di giocare in un club ambizioso e di ben altre dimensioni, ecco le porte aperte in via Turati, allora sede del Diavolo.

CIFRE E DOTI: A CHE SERVE? 36 palloni nel sacco in 499 partite nei club da professionista, di cui 7 in 79 apparizioni nella Dea, non sono un curriculum sufficiente a spiegare perché Montolivo, 35 anni al prossimo giro di boa, dovrebbe fare al caso del Gasp e della sua idea di calcio. Ha anche grande esperienza a livello di competizioni continentali: semifinale Uefa persa ai rigori coi Rangers Glasgow (2008), 57 partite condite da 4 gol di cui 29 a 1 (al Debrecen; 2009-2010, eliminazione agli ottavi dei viola col Bayern) in Champions League. Velocità di crociera, passo e resistenza fisica non possono deporre a suo favore. Con tutto che come playmaker istintivo sarebbe forse l’ideale in un centrocampo a tre, con due mezze ali al fianco che pigino a tavoletta.

GASP, CI VUOLE IL FISICO. Contano anche gli infortuni. Si comincia dal problema alla caviglia, eredità sgradita dei Mondiali sudafricani del 2010: 8 giornate di campionato ed ecco l’operazione di pulizia novembrina, per un mese e mezzo di stop in totale. Il 6 ottobre 2016, quello che ne ha chiuso la carriera a grandi livello: qualificazioni al Mondiale 2018, 1-1 a Torino con la Spagna, Sergio Ramos gli lesiona il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. No, metterlo sotto contratto anche solo come riservona da minutaggio limitato non farebbe proprio al caso dell’ex regina delle provinciali, a meno che non SI voglia continuare a pensare in grande.

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