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A 4 o a 3? La rivoluzione parte dalla difesa

La retroguardia del Gasp fin qui ha incassato oltre il lecito. Un ministro della difesa non esiste. Coprirsi o continuare così?

Due dalla Spal. Tre dal Torino, primo dei finora due ko. Uno dal Genoa nell’antipasto da calendario del battesimo del fuoco in Champions. Che anziché l’acqua santa ha riservato all’Atalanta lo schiaffo cresimale a quattro dita del vescovo di Zagabria. Gian Piero Gasperini non ha ancora trovato un ministro della difesa, cambiandone soltanto gli uomini in misura limitata e la formula nella ripresa al Maksimir contro la Dinamo da poker: da 3 a 4, arretrando i laterali e togliendo Andrea Masiello per un centrocampista, Ruslan Malinovksyi, in una specia di elastico tra 4-3-3 con Marten de Roon fisso davanti alla terza linea e un 4-2-3-1 con Mario Pasalic a scambiarsi di fatto la posizione con l’ucraino da trequartista. Risultato, preso un solo altro gol ma occasioni create a bizzeffe. Spia di una rivoluzione tattica in corso?

LA RIVOLUZIONE DELLA PRUDENZA. Impossibile negare che i nerazzurri nel secondo tempo di mercoledì sera siano riusciti a limitare i danni dietro, pur attaccando a testa bassa e conseguentemente lasciando pertiche di terreno al contropiede di casa, e a creare molto di più rispetto a una prima metà bloccata. La linea a 4 Hateboer-Toloi-Djimsiti-Gosens si è bloccata giusto sulla quaterna del triplettista Orsic, quando su un rilancio alto e in diagonale nessuno ha saputo presidiare la zolla o fare un mero movimento per evitare l’inserimento con stop e botta dello scatenato nazionale croato. E nello schema classico che giocando col 3-4-1-2 verrebbe definito “da quinto a quinto” si sono prodotte almeno due chances, una delle quali ha interessato in realtà Pasalic (destro al volo a lato di un soffio) e l’altra il colpo di testa del mancino tedesco dopo un taglio fulmineo.

DIFESA FORMATO ZAVORRA. La difesa, insomma, dal cambio di tattica ne ha giovato al pari della fluidità del gioco di squadra, anche se a punteggio ormai andato chiunque avrebbe probabilmente scavato sul fondo del pozzo della rabbia e della delusione per tirarne fuori una reazione di puro orgoglio. Restano i fatti, ovvero che l’Atalanta del Gasp ha prodotto una prestazione molto più convincente ad assetto cambiato. Lo schieramento era in pratica identico a quello tenuto nello start del campionato 2016-2017, il primo del guru di Grugliasco in panchina. Poi la rivoluzione nel senso gradito al filosofo all’epoca nuovo di zecca: ci si copre a 3 più gli esterni, l’orizzonte si spalanca davanti e non alle spalle, sono gli altri a doversi preoccupare di noi e non viceversa. È il tempo della retromarcia?

DIFESA: DILEMMA E MINISTRO. Il perno a 3 non esiste più in termini di riferimento unico e fisso dalla dipartita di Mattia Caldara, straordinario interprete del ruolo finché non è stato inghiottito altrove da logiche di mercato piuttosto liquide e infortuni ahilui molto solidi. José Palomino ha fatto da regista dietro, stando cioè in mezzo a chi presidia i vertici dell’area, la maggior parte delle volte. Ma a Ferrara sotto di due, per dire, ha ceduto il posto a Berat Djimsiti, riconfermato con l’argentino in panca anche nell’esordio disastroso nella regina delle coppe europee.

DIFESA, ESAME VIOLA. Simon Kjaer prima o poi va gettato nella mischia. Il dilemma riguarda dunque composizione, numeri e ministro. A 3 o a 4? È stato lo stesso Gasp a porre il dubbio se almeno sul proscenio continentale non convenga coprirsi di più, suggerimento che però sembra valere anche entro i confini nazionali, perché è da lì che si è cominciato a beccare all’eccesso. Appuntamento a domenica con la Fiorentina, per appurare se rivoluzione sarà.

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