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Calcio e ripresa, i tifosi per il no. Tra i diktat del governo e gli stadi vuoti

I tifosi di tutta Europa hanno firmato un documento per dire no alla ripresa del calcio dopo il lockdown per il Coronavirus. Il governo coi suoi diktat può affossarla al primo positivo

Il fronte del no alla ripresa del calcio giocato ingrossa le file ogni giorno di più. Non c’è solo lo striscione della Curva Nord dell’Atalanta esposto martedì 12 maggio, prima del tramonto, davanti al Gewiss Stadium. Nemmeno la perplessità di non pochi club. A ben vedere, non saranno neppure i tifosi di tutta Europa, firmatari di un documento di condanna degli “interessi economici pronti a scendere in campo senza pubblico” sotto il nome collettivo di Stop Football – No football without fans, a impedirla per davvero. Bastano, anzi basteranno, i recenti diktat del governo italiano, ove confermati, se accolti nel protocollo della Figc per ripartire in sicurezza: isolamento delle squadre tra inizio degli allenamenti collettivi del 18 maggio e il nuovo start del campionato; responsabilità dei medici delle società; tamponi a tutti e a raffica “che non vadano a impattare sul resto della cittadinanza” (ipse dixit, Vincenzo Spadafora, Ministro dello Sport, Informativa al Senato del 13 maggio 2020), ovvero non usatene troppi o la gente s’incazza perché vi vede come privilegiati, e dulcis in fundo quarantena per tutti i giocatori al primo positivo senza contatto.

CALCIO E RIPRESA: GOVERNO, UN NO MASCHERATO. L’esecutivo tricolore insiste per prudenza e misure draconiane, dicendo de iure di sì alla ripartenza per motivi sociali (panem et circenses, pane e circensi per riempire lo stomaco svuotato dalla crisi da lockdown) ed economici (“Il calcio dà al fisco più di un miliardo all’anno”, sempre Spadafora) ma de facto di no al suo arrivo non diremo nell’area avversaria, ma anche solo alla metà campo. Un solo contagiato dall’inizio della fiera e la giostra si blocca daccapo: due settimane obbligate fuori dai campi vorrebbe dire recuperi su recuperi con un calendario già a maglie fittissime, a rischio di articolazioni e muscoli, quando non si può manco abbozzare lo straccio di una data per rialzare la tensostruttura del baraccone, piena di falle a favore di acquazzone. E la responsabilità dei responsabili sanitari esclude il mezzuccio degli infortuni diplomatici: chi bara e usa la foglia di fico finisce alla sbarra, poco ma sicuro.

I TIFOSI E IL DOCUMENTO DEL NO. Troppi elementi suggeriscono che la pandemia da Coronavirus ha stoppato l’attrezzo di cuoio, almeno in Italia. I sostenitori del pallone dell’intero Vecchio Continente, compresi quelli del Bayern Monaco e della Juventus, quest’ultima in corsa per la Champions League come i nerazzurri di Bergamo, o della Roma, che l’Europa League forse potrebbe pure vincerla, esprimono un’esigenza emotivamente condivisibile: nel documento del no (leggilo e scaricalo QUI), anteponendo la vita come valore assoluto davanti a tutto e tutti, si chiede agli “organi competenti di mantenere il fermo delle competizioni calcistiche finché affollare gli stadi non tornerà a essere un’abitudine priva di rischi per la salute collettiva”. Niente divertimento dei weekend e di metà settimana, insomma, se gli stadi dovranno rimanere vuoti per il perdurare dell’emergenza. Il vecchio motto dello spettacolo che deve continuare, the show must go on, dunque, di fronte all’indotto del calcio che piangerebbe lacrime amare non conta. Pazienza se molte famiglie faranno la fame o quasi. Ma non c’entra più nemmeno la diatriba fra chi spende e chi ci guadagna: coi diktat di cui sopra, ciao core, direbbero nella Capitale.

 

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