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Il Garage Food verso la chiusura: il santuario del cibo… nel pallone

Destinato alla chiusura il santuario degli hamburger di fronte a quello del pallone… nerazzurro. Un arrivederci al Garage Food, dove il cibo si sposa alla passione

Il pallone non è uno sport, ma una religione laica. E i suoi santuari non si esauriscono con negozi di merchandising, stadi e centri sportivi. In faccia a quello dell’Atalanta, a Zingonia, ce n’è uno che accompagna le gesta degli eroi delle serate di coppa e dei weekend di campionato a spezzatino sfornando panini fin dal secondo giro di giostra del Grande Circo Gasperini. Aperto dal 4 settembre 2017, il mitico Garage Food dopo il ko per lockdown da Coronavirus è destinato ad abbassare le serrande per sempre entro la prima settimana di giugno.

GARAGE FOOD, UN SANTUARIO. Che faccia parte della storia dell’epopea recente del club nerazzurro basterebbe a testimoniarlo un fatto non passeggero né casuale. Uno tra i tanti, perché tra giocatori, allenatori e dirigenti atalantini, per non parlare della pletora di procuratori, osservatori e grandi ex sul rettangolo verde, nomi, volti e aneddoti si sprecano. Pronti: la riapertura, a cena, diciamo così, del 5 maggio 2019, per soddisfare le esigenze di pappatoria e bibendum di parte dei 4 mila tifosi assiepati lì ad aspettare il rientro trionfale della squadra, reduce dal 3-1 nella tana della Lazio dal sapore di antipasto della finalissima di Coppa Italia del 15, fuori dal Centro Sportivo Bortolotti. Corso Europa, il Comune è Ciserano ancora per poco, più in là comincia Verdellino. A pancia piena si tifa meglio. Roba da esaurire le scorte di un mese o più alle voci carne di manzo per gli hamburger, la specialità della casa, cheddar, cipolline da caramellare, pomodorini, insalata, nduja, gorgonzola et similia.

IL CIBO NEL PALLONE. Ingredienti da presidio slow food in un contesto formalmente da fast food, dove però nessuno è tenuto ad aver fretta, perché tanto il lavoro e il calcio mica scappano. Senza le logiche da catena di montaggio del solito panino fordista da multinazionale americana. Coi nomi dei campioni di Formula Uno a identificare i tavoli e quelli delle automobili che hanno fatto epoca a contrassegnare il menù. Un posto dove ci si trova a casa propria meglio che a casa propria, dove non si è mai soli nemmeno quando si occupa il tavolino singolo, quello rialzato, da controllo totale della situazione come i gatti, sornioni e a orecchie tese per captare le voci di rimbalzo sul calcio e dintorni. Dove si mangia e si parla, senza rinunciare al confronto dialettico anche acceso. Dove si può lavorare a palato pieno. A proposito di fede e riti, ecco, l’unica parentesi di pausa prima e dopo la conferenza stampa della vigilia, quando il Gasp dispensa saggezza a taccuini unificati.

IL GARAGE VERSO LA CHIUSURA. Il buen retiro, non solo culinario. Il tempio degli eventi come le serate a tema, i karaoke e il torneo di Subbuteo stroncato ahinoi dal virus. La camera caritatis dei peccati ai margini delle righe di gesso e delle redazioni, il paradiso del gusto per i tifosi e per i giornalisti di stampa e tv. Luca Adami, il patron, che tra l’altro c’era pure all’inaugurazione e all’anniversario di Perform, la creatura fitness del Papu Gomez, ha annunciato la chiusura e nessuno di noi vuole crederci o riuscirà mai ad adeguarsi. Perché ci si sente davvero a casa mangiandoci pure meglio. O almeno non le solite cose tipo polenta e qualunque cosa l’accompagni. Per questo è difficile descrivere il Garage e spiegarne il senso usando i verbi al passato, da realtà viva qual è. Tre mesi di quarantena anche degli incassi e l’attuale auto-limitazione pressoché obbligata a take-away sono il contorno che annuncia già la fine del pranzo.

IL GARAGE E IO. Ah, dimenticavo, e passo solo nell’explicit alla prima persona singolare: il ricordo più bello non so, quello più divertente è la Carol che paragona Francesco Fontana della Gazzetta dello Sport a Cristiano Ronaldo. Due fighi uguali, ma l’alto-brianzolo giocava in porta! Arrivederci a tutte e tutti, anche a Rosalinda, di cui scopro solo ora il nome e l’illustre paternità: il babbo è Stefano Vecchi, mito sulla panchina della Tritium portata nel professionismo, della Spal pre-cavalcata verso la A e dell’Inter Primavera.

 

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Simone ti ringrazio del bellissimo racconto. Un piacere personale averti conosciuto e servito

Pat
Ospite
Pat

Il Mio piccolo contributo: panino hamburger con bibita e caffè per tutte le partite dell’Atalanta che non ha giocato sia in casa che in trasferta, moltiplicato x 2(mio figlio) … Se non chiudi….

Luca
Ospite
Luca

Grazie Pat purtroppo non si può. Grazie di cuore

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