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Contro il pullman servono ragazzacci disposti a romperne i vetri. Perché non giocare sempre con due punte?

Il pullman davanti all’area dell’Inter: otto giocatori dietro la linea della palla sulla trequarti difensiva. Ma l’Atalanta no può schierare meno di due punte

Una sola punta per non dare riferimenti affidandosi a combinazioni e incursioni di tiratori puri che attaccanti però non sono, oppure almeno due frombolieri di ruolo per tentare a ogni costo di rompere finestrini, parabrezza e lunotto del canonico e antipaticissimo pullman? Il dilemma dell’Atalanta è rimasto irrisolto una volta di più. E contro l’Inter non sono stati due punti in meno, come al cospetto di squadre pericolanti (Spezia, Genoa, Bologna, Torino) as usual, ma tre (Sampdoria all’andata, Verona). Una partita dominata sul piano della costruzione del gioco, con un paio di occasioni piuttosto nitide, una per centravanti, leggi Duvan Zapata di testa e Luis Muriel di sinistro, e alla prima palla inattiva con mischia annessa buonanotte. Un problema atavico per i nerazzurri di Bergamo.

L’INTER E L’ENNESIMO PULLMAN. Di fronte a un treno di otto giocatori dietro la linea della palla schierati dalla trequarti difensiva fin davanti all’area piccola, cosa da impressione considerando che si trattava della prima della classe, la recita dei Gasp-boys s’è conclusa con la stecca alla voce risultato. Inammissibile perdere, anche solo di misura, dopo aver tirato 11 volte contro 5, 3 contro 1 nello specchio, schiacciando spesso e volentieri l’avversario di turno nella sua metà campo. Dov’è stato l’errore, situazione ingarbugliata e ahinoi decisiva da corner con Alessandro Bastoni, Stefan de Vrij e Milan Skriniar esclusa, proprio il terzetto difensivo di una squadra che sa comunque difendersi in massa da Romelu Lukaku in giù e magari colpisce quando meno te l’aspetti?

L’ATALANTA: DUE PUNTE PER ROMPERE I VETRI. In caso di emergenza rompere il vetro, sta scritto anche sui mezzi pubblici di trasporto. Per la via di fuga serve un martelletto. E c’è bisogno di menare mazzate che levati. Al netto di un Samir Handanovic strepitoso in controtempo nella prima occasione e attento sulla seconda a respingere il mancino a pelo d’erba del bomber di scorta atalantino che in realtà segna più e con più frequenza di tutti, il Toro di Cali (più toro di un Lautaro impalpabile) ha sganciato qualcosa che avrebbe voluto essere un tiro a giro nel primo tempo per poi provare dritto per dritto col destro, anziché incrociare dal limite, su imbucata di Matteo Pessina. Un’azione aperta da destra ovvero dal solito centrale-regista Rafael Toloi. Polveri bagnate? Certo, quando gli altri concedono così poco in termini numerici e di spazio, va spaccato il capello in quattro. E sarebbe meglio essere almeno in due a provarci.

IL PULLMAN E LE DUE PUNTE. Cominciando con Ruslan Malinovskyi da falsa seconda punta, Gian Piero Gasperini confidava evidentemente nella formula più coperta in fase di non possesso, visto che l’ucraino è un centrocampista avanzato (da mediano è stato ripetutamente bocciato, non lo fa da secoli) con la propensione per converso a convergere e ficcarsi dentro, soprattutto quando c’è la boa ad appoggiarlo. A Marassi per aprirla coi blucerchiati, di recente, è stato esattamente così: il cafetero di riserva, tocco, corsetta e sinistrone all’incrocio. Niente di tutto ciò sarebbe stato possibile contro il pullman di Antonio Conte nello sfortunatissimo Monday Night a San Siro. Però quando capitano formazioni coperte a tal punto non si può rinunciare al reparto offensivo a due. Tanto c’è il brianzolo tra le linee ad equilibrare le due fasi. Hai voglia, in seguito, in corso d’opera, a optare per uno Josip Ilicic comunque abituato a partire troppo da dietro, ad Aleksey Miranchuk nella speranza che ripeta l’exploit al fotofinish a campi invertiti e a Joakim Maehle alzato a destra nel 4-2-3-1 da battaglia nel finale. Per abbattere la resistenza altrui, tocca schierare un paio di ragazzacci rotti a ogni impresa fin dall’inizio. Altrimenti i vetri del pullman manco si scalfiscono.

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