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Le palle, le scuse e i due galli nel pollaio: Gasp vs Papu, telenovela che non appassiona

L’intervista del Papu Gomez a La Naciòn ha dato il via al balletto, che non appassiona né aggiunge alcunché, tra replica e controreplica col Gasp

L’eterna querelle su quanto successo, quell’infausto primo dicembre 2020, negli spogliatoi del Gewiss Stadium di Bergamo all’intervallo di Atalanta-Midtjylland tra Gian Piero Gasperini e il Papu Gomez sta assumendo i contorni della telenovela. La replica del tecnico a mezzo Gazzetta dello Sport on line, più che sullo scontro fisico a cui lui non attribuisce visibilmente alcuna importanza, è centrata sugli atteggiamenti dentro e fuori dal campo del capitano, definiti inaccettabili, nonché su presunte mancanze di rispetto alla proprietà come unica vera ragione della rottura. A conferma che di lotta a beccate tra due galli nello stesso pollaio si trattava, la contro-replica ospitata da L’Eco di Bergamo, in cui l’argentino dimentica la contestazioni al presidente Antonio Percassi circa la mancanza di “palle” per imporre le scuse del mister evidenziando che con la Famiglia il rapporto è sempre stato al top.

PAPU VS GASP, CHE TELENOVELA. C’è da chiedersi che senso abbia rivangare il passato, per quanto fonte di rabbia e infine del più traumatico dei divorzi, a pochi giorni dall’inizio delle rispettive stagioni. Anche perché al Gasp frega veramente ben poco: di passare per il cattivone di turno, delle recriminazioni sotto il sole andaluso, di riportare alla luce la sua reazione all’ammutinamento tattico in campo dell’ex braccio destro a pelo d’erba, che chissà perché non voleva spostarsi a destra. Il profeta di Grugliasco è un uomo di campo, non si fa sanguinare il naso per accuse di alcun genere, figurarsi se a distanza di mesi e mesi. L’ex diez nerazzurro è a Siviglia, ha uno stipendio, una vita agiata e una famiglia che torna spesso a Bergamo, dove ci sono Perform e Boedo, fitness center e ristorante, epicentro degli interessi economici. Paternità dell’aggressione a parte, perché insistere sul tema delle scuse? Come e perché pretendere di riceverne dalla controparte, o addirittura lagnarsi di non essere riuscito a convincere i Percassi a indurre il “nemico” a scusarsi?

PAPU E GASP: SCUSE E TESTIMONI. Scusarsi spesso è una soluzione ipocrita, quando alle parole non seguono fatti e comportamenti conseguenti. Se uno ha qualcosa di cui pentirsi, non gli resta che cambiare rotta per dimostrarlo. Gomez, a quanto ha dichiarato, s’è impuntato, rivendicando di pretendere il pentimento del suo allenatore dopo essersi pentito in prima persona di un atteggiamento non da capitano. Chissà se i cinquanta testimoni del presunto assalto fisico tra quattro mura, che di sicuro non ha lasciato graffi, ematomi o ferite d’altro genere, avranno voglia un giorno di parlare. Per confermare ciò che già si sa: era uno scazzo di spogliatoio tra due galli che rivendicavano l’esclusiva del chicchirichì nel pollaio. Ma allora è il giocatore a sbagliare: l’unica voce a cui tutti devono sottostare è quella del responsabile tecnico. Schierarsi col leader del gruppo sarebbe equivalso ed equivarrebbe a una diserzione in massa. E il calcio è uno sport di squadra, non esiste un “io” sopra gli altri. Perciò l’insistenza sulle scuse mai arrivate sa di pretesto: ce n’era uno di troppo, in quello spogliatoio. Una telenevola vissuta tantissime volte a ogni latitudine, ma da queste parti riesce a far ancora male. Pur non appassionando anima viva.

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