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L’Europa di Percassi e i piedi per terra di Gasperini. Cronaca di una contraddizione apparente

Prima le dichiarazioni del presidente alla vigilia di Natale. Quindi le mani avanti del tecnico a fine anno. L’Europa fa discutere

“Il sogno è riportare l’Atalanta in Europa nell’anno di Bergamo capitale italiana della cultura”. Firmato, Antonio Percassi. “Secondo me oggi non siamo da Europa, non possiamo avere la Champions e l’Europa come obiettivi”. L’ipse dixit di Gian Piero Gasperini. A distanza di cinque giorni l’uno dall’altro, dall’intervista a L’Eco di Bergamo al dopogara con l’AZ Alkmaar, l’apparente contraddizione tra il presidente e l’allenatore nerazzurro. Qualcosa destinato a far discutere. Ma le posizioni sullo stesso, dibattutissimo tema, sono davvero all’opposto l’una dell’altra?

L’EUROPA DI PERCASSI. Sarà che per una volta, parlando del felice connubio societario col co-chairman Stephen Pagliuca, nel fare gli auguri di Natale e felice anno nuovo ai tifosi stilando la lista dei buoni propositi per il 2023, l’uomo di Clusone, il deus ex machina del nuovo corso atalantino, visto che il Gasp rimane la sua scelta più azzeccata e anzi la più decisiva di tutte, non ha messo mano ai cornetti della scaramanzia ritirando fuori il solito tormentone della salvezza. Al contrario, ci ha tenuto a sottolineare che la rosa è competitiva, per quanto difficilmente migliorabile al mercato di riparazione.

GASPERINI: PIEDI PER TERRA. L’uomo in panchina, dal canto suo, ha voluto mandare un avvertimento a chiunque dia per scontato lo strappo del biglietto per l’accesso alle competizioni Uefa per la quinta volta in sette stagioni. “Ci mancano fisicità per recuperare palla e qualità”, lamenta il mister. Una posizione francamente poco conciliabile con la rivendicazione presidenziale di “aver investito in estate come mai in precedenza”, senza nemmeno il bisogno di soffermarsi troppo sui nomi del riscattato Demiral, di Ederson, di Lookman e di Hojlund, il presente e il futuro in tre reparti. Certo, lo svecchiamento dell’organico e i malumori, ove sostituiti o in fila sul sedile, dei big oltre la trentina, leggi Muriel e Zapata, disegnano uno scenario di transizione da un’epoca alla generazione di nuovi fenomeni, Scalvini in testa. Ma nella testa di nessuno dei due, ol Tone e ol Gian Piero, la parola Europa uscirà mai. Rimanendo una verità da raccontare, seppur a denti stretti, alla stregua di un’aspirazione del tutto naturale. Perché il metro e la ragion d’essere della Dea dal 2016 in avanti sono racchiusi in quella parolina magica di tre sillabe. E quando la evocano i due che contano più di tutti, a Zingonia, la contraddizione svanisce in una bolla di sapone.

 

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