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L’Atalanta a mercato zero e la scommessa delle scommesse: Ruggeri, il nuovo Gosens

Il mercato alla finestra dei nerazzurri. Non resta che ricreare la qualità a chilometro zero, facendo di Ruggeri l’erede di Gosens

Qualità, gioco aereo, a volte un po’ di spirito e la capacità di recuperare, la palla come il punteggio. Anche se con lo Spezia, rovescio della medaglia del mancato successo corsaro di Udine quando la classifica arrideva, almeno quest’ultima dote ha avuto il classico ritorno di fiamma. Sono comunque tutte voci in cui Gian Piero Gasperini vede in difetto la sua Atalanta dell’annata della transizione, tra big rimasti a sbuffare quando il minutaggio si riduce e le nuove leve a scalpitare facendo sentire ai primi il fiato della concorrenza interna sul collo. Uno dei segni meno è impersonificato dal foglio di via a Robin Gosens, uno dalle cifre da attaccante aggiunto, nel gennaio dell’anno passato, nella zolla in cui adesso è stata promossa una scommessa su due gambe e tacchetti come l’enfant-du-pays Matteo Ruggeri.

RUGGERI, LA SCOMMESSA DEL POST GOSENS. L’ex promessa del settore giovanile, arrivato ai tempi ancora bambino dalla Zognese, la squadra del suo paese, ha tra i piedi un’eredità tecnico-tattica di quelle da togliere il sonno e il respiro. L’assunzione delle responsabilità del caso è da bergamasco integrale, testa bassa, dall’alto dei suoi 189 centimetri snelli, e piccoli passi nei miglioramenti tra le righe delle falcate in corsia necessariamente e morfologicamente ampie. Al “Picco” a un certo punto non si contavano più i cross da quel mancino piuttosto rotondo e calibrato, anche a costo di non farli arrivare sempre a destinazione sulle fette o, vedi azione che ha dato il la al 2-2 di Pasalic, sulla testa dei compagni: all’ultimo assalto, ping-pong innescato lo stesso, svettata di Zappacosta, respinta di Moutinho, ripresa di Koopmeiners e gol da 1 punti del croato. Fosse poco.

RUGGERI, IL MANCINO A CHILOMETRO ZERO. L’annuncio dell’uomo in panchina, nel dopogara con l’AZ Alkmaar nell’ultimo test internazionale decembrino in coda alla pausa per i Mondiali, era suonato chiarissimo. In mezzo al motto “rinnovare per valorizzare, valorizzare per vendere e reinvestire”, il terzino d’ala che studia da erede del tedesco, leggi chiusure dietro, spinta-cross-giochi da quinto a quinto-tagli-assist-gol in doppia cifra in fase di possesso, doveva avere, ha e avrà la parte del leone: Ruggeri è l’unico mancino che abbiamo in questo momento, ha solo vent’anni, non ha mostrato qualità straordinarie in prospettiva ma in questi mesi mi è piaciuto tanto: per profili come il suo ci vuole un po’ di pazienza, tra quelli promossi dal settore giovanile si pensa di coprire ruoli come il suo senza bisogno di andare sul mercato”.

IL GASP E IL NUOVO GOSENS. Oggetto, se non bersaglio, dalle critiche pure di una parte della tifoseria, il Gasp è sempre andato avanti testardamente per la sua strada infischiandosene dei mormorii di disapprovazione. Specie per quel ko leccese con nove undicesimi dello starting eleven cambiati rispetto all’onorevolissima sconfitta interna col Napoli, ai tempi la seconda sulle quattro rimediate nelle ultime sei partite e anche del trittico novembrino pre Qatar 2022 con l’Inter ad aggiungersi alla coda dei killer: “Se a Lecce faccio giocare Ruggeri, è perché intravvedo la possibilità di far crescere un giocatore. Pasalic, Zapata, Ederson, Malinovskyi e Djimsiti: i giocatori importanti erano tutti in campo. Polemiche inutili”. All’alba della quattordicesima presenza in prima squadra, probabilmente e virtualmente la sesta da titolare, irrobustita dalla stagione d’apprendistato in mezzo a Salerno a cordone ombelicale temporaneamente reciso, attendono tutti l’inserimento della turbina che separa un professionista serio dal possibile crack. Sulle orme di Robin, con 6 centimetri e la duttilità di poter agire da braccetto difensivo in più.

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