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Osti, Zauri e Peluso: candeline del 20 gennaio

Torta di compleanno per tre atalantini famosi sul campo e fuori di tre epoche differenti: Osti, Zauri e Peluso

I 65 del diesse (2006-2010, ora alla Samp come responsabile dell’area tecnica) rinnegato ed ex mastino implacabile dei mitici Anni Ottanta, i 45 di una delle tante risorse a pronto incasso uscite dal vivaio verso fine secolo e i 39 di un baldo mancinone svincolatosi nel settembre scorso per fare il collaboratore tecnico nel neopromosso Monza.  Nel compleanno a tre del 20 gennaio atalantino festeggiano Carlo Osti, Luciano Zauri e Federico Peluso.

I CONTI SENZA L’OSTI. Del terzino-stopper nativo di Vittorio Veneto si tendono a ricordare la plusvalenza Ezequiel Schelotto realizzata prima di congedarsi con la fine dell’era Ruggeri e Simone Zaza via a parametro zero. A pelo d’erba, nessuno può togliergli la fama di eroe dei bei tempi di Nedo Sonetti per poi veder scemare il minutaggio con Emiliano Mondonico tra B e avventura europea, quella sbattuta in semifinale contro il Malines. Dopo la toccata e fuga sotto Titta Rota nel 1978/79 da caduta in cadetterìa, esattamente il suo futuro esito da dirigente, il prodotto del Conegliano che la stagione precedente aveva vinto la C nell’Udinese con Gigi Delneri in regia sarebbe tornato per un poker d’annate in coda al rientro in Friuli (Mitropa Cup, nel ’78 l’Anglo-Italiano) e ai bienni presso Juve (2 scudetti) e Avellino, assommando 113 presenze e 1 solo gol, all’Inter il 16 settembre ’84.

ZAURI, DALL’ABRUZZO CON FURORE. A Pescara, da subentrato a Gaetano Auteri a ruota della precedente parentesi nel 2019/20 e del ruolo di primo responsabile tecnico della Primavera del Bologna (col Delfino, Berretti e Under 19), nella primavera scorsa Zauri non riuscì a superare lo scoglio della prima fase nazionale dei playoff di serie C contro la FeralpiSalò. L’esterno con natali a Pescina come il fantasista Mimmo Morfeo, girato al Chievo dopo gli esordi in massima serie agli ordini del Mondo, assomma 175 presenze e 3 palloni nel sacco in un periodo comprendente il bis di stagioni con Bortolo Mutti e Giovanni Vavassori, il suo mentore che a cavallo dei millenni riportò la Dea dove più le competeva, per chiudere con Giancarlo Finardi. Palmares sufficiente alla chiamata in Nazionale e alla vendita alla Lazio da retrocesso (spareggi con la Reggina) a braccetto con Ousmane Dabo nell’estate del 2003 (2,7 milioni). Con Fiorentina, Samp e appunto Pescara il prosieguo nei pro, chiudendo trentaseienne. Ha fatto anche il collaboratore tecnico all’Udinese.

PELUSO, CUORE A SINISTRA. 115 allacciate di scarpe condite da un poker nella porta altrui, infine, il bilancio nerazzurro per il lungagnone romano, piovuto a Bergamo nella sessione invernale del mercato 2009 da un AlbinoLeffe che continua a sentirsene derubato. Formalmente, agli ordini di Delneri, il terzino sinistro giunse sulla sponda ricca della Città dei Mille in cambio della comproprietà di Karamoko Cisse, potentissimo attaccante che avrebbe poi trascinato anni più tardi il Beneventi alla storica promozione nella massima serie. Sballottato almeno allo start fra la corsia e la muraglia, ex gavettaro a Vercelli e a Terni, nel disgraziatissimo 2009-2010 Peluso crolla come tutta la squadra (Gregucci, Conte, Bonacina e Mutti in panca) e a gennaio 2013 si ricongiunge in bianconero con il bell’Antonio per un sogno dorato lungo una rivoluzione terrestre e mezzo. Poi il Sassuolo. Potrà sempre raccontare ai nipotini che lui in Azzurro, a differenza degli altri due che spengono le candeline, l’ha pure messa: l’11 settembre 2012, a Modena, nelle qualificazioni mondiali contro Malta. Auguroni.

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