Non c’è soltanto la lontana meteora Jan Peters, che oggi, lunedì 18 agosto, ne fa 71 per 13 partite con 2 palloni nella porta degli altri, a spegnere le candeline-amarcord di turno. La toccata e fuga molto più recente sono le 6 apparizioni, peraltro tutte da titolare in un mega reparto cadetto Rustico-Innocenti-Gonnella-Lorenzi-Sarr-Canini-Smit, di Gleison Pinto dos Santos, brasiliano poi passaportato che definire di passaggio è poco: dal 18 gennaio al 5 aprile 2004, con una panchina e sette mancate convocazioni tra una tranche e l’altra, Saleneritana-Fiorentina-Venezia, Genoa-Cagliari e atto finale con l’Ascoli, quindi saluti e baci da neopromosso agli ordini di Andrea Mandorlini in direzione Monza.
Jan Peters, l’olandese di Sonetti
Peters, ruolo a parte, a posteriori suona un po’ come il precursore di Teun Koopmeiners, in quanto marcato AZ Alkmaar pure lui. Del primo olandese in nerazzurro sono rimaste quel paio di tracce nell’unica e lontana stagione 1985-1986, in cui giocò proporzionalmente di più in Coppa Italia che in campionato, rispettivamente 5 e 8 presenze agli ordini del vulcanico piombinese Nedo Sonetti. Due gol, due impressioni di settembre, per dirla con la PFM: il 4 nel girone della coccarda per il provvisorio 2-1 sul campo della Sampdoria e il 15 con la bomba nel sette per il definitivo 2-1 all’Inter sotto la Curva Nord grazie anche all’assist da sinistra di Roberto Donadoni.
Il Koopmeiners ante litteram
Il top dell’esperienza bergamasca di Peters, nome per esteso Johannes Wilhelmus, nativo di Groesbeek (oggi nella municipalità di Berg en Dal) nella Gheldria. Cresciuto nel locale Germania, dal ’71 al ’77 nel NEC Nimega, quindi dal ’77 al 1982 all’AZ Alkmaar, squadra con cui vinse l’Eredevisie (1981) e 3 coppe nazionali (’78, ’81 e ’82). Poi il triennio al Genoa, col lascito dell’aria di derby annusata nel trofeo tricolore, e i nerazzurri, oltre a 31 presenze e 4 gol nella nazionale oranje con bronzo agli Europei jugoslavi nel 1976 e attrezzo nel sacco pure dell’Italia nel Mundialito uruguagio 1980/81. Sarebbe poi rincasato nel NEC, prima di chiudere con due placide stagioni nel De Treffers, a casa sua, ritirandosi trentaseienne nel 1990. Peters aveva l’8 sulla maglia, ma in quell’unica annata all’ombra della Maresena lo vestì più che altro il duttile Cesare Prandelli. Certo, non doveva proprio essere male un centrocampo con lui, il mediano-terzino Eugenio Perico, Glenn Strömberg e Roberto Donadoni largo sulla fascia, al servizio del regista avanzato Marino Magrin, proprio lui, quello della bomba e dell’inno ufficiale, e dell’unica punta che spesso era Aldo “Gol” Cantarutti. Ma Peters passava la trentina, e all’epoca imbroccare due stranieri (il massimo concesso) buoni e possibilmente integri, in provincia, era pura utopia. Poca roba con tutto quel talento.
Gleison, il Pinto della difesa
Poca roba soprattutto per Gleison Pinto, certo meno indelebile nella memoria dei tifoso atalantino medio rispetto al quasi (ma molto quasi…) omonimo Adriano Ferreira Pinto che solo qualche tempo dopo averebbe acceso d’amore tutti con quelle accelerate sulla e dalla destra. Centrale difensivo mancino, a gennaio 2005 se ne sarebbe andato a portare i colori del calcio della corona ferrea e quindi dell’AlbinoLeffe. Un bel carrierino: Genoa, Reggina, Skoda Xanthi nella Macedonia ellenica, stessa sequela nel 2011-2013 per appendere le scarpe al chiodo trentaquattrenne nel XV de Piracicaba, Stato di San Paolo. Lui, invece, è di Espirito Santo. Nato a Vitoria, la capitale, e cresciuto nel Comercial Ribeirão Preto, una stagione al Vasco da Gama e a Bergamo lo prendono tenendolo in naftalina inizialmente per la Primavera. Ma finì per giocare davvero poco e non s’è mai capito del tutto il perché. Tanti auguri.


