Mise l’incarico affidatogli e i soldi sul tavolo, anche se fu esonero, firmato Alessandro Ruggeri, che ne criticò i battibecchi coi tifosi. L’Epifania del 2010, quella del famigerato schiaffo del tifoso, scrisse i titoli di coda sull’effimera e triste esperienza di Antonio Conte sulla panchina dell’Atalanta. Proprio a margine del ko all’inglese col Napoli, con cui adesso sembra ai ferri corti proprio alle soglie del rendez-vous a Fuorigrotta con una parte del suo passato che vorrebbe forse rimuovere.
Breve storia triste del bell’Antonio sotto le Mura
Ma qui da noi le cose, a parte gli assalti dei più esagitati, erano andate così male? Nulli con Catania, Chievo e Milan allo start, 3-1 a Udine e al Parma, quindi il ko livornese del 28 ottobre in cui certi rapporti interni si ruppero, sconfitte anche con Cagliari e Juve (5 a 2 in casa), due a zero al Siena che fu l’ultimo bottino pieno, giù anche con Roma e Fiorentina, pari con l’Inter e infine Quagliarella-Pazienza per essere sollevato dall’incarico.
Conte a Bergamo: una parentesi brutta anche per l’Atalanta
3 vittorie, 4 pari e 6 ko in 13 partite, 7 contando la Coppa Italia col Lumezzane per mano dell’ex Michele Marconi, certo non una media da salvezza, quale si aspettava anche da Angelo Gregucci in estate, quell’estate del 2009 in cui la squadra era rimasta orfana di Gigi Delneri dopo due annate da spettacolo puro ma sempre ben al riparo da sogni europei. Proibiti perché lo stadio non era a norma, faceva intendere la stampa all’epoca. Il leccese, che si portò appresso il fratello Gianluca e il fidatissimo vice Antonio Toma, che a bordocampo durante allenamenti e test di metà settimana inanellava una sigaretta via l’altra, in nerazzurro trovò l’ostilità irriducibile di Cristiano Doni, protagonista come il resto della squadra di una stagione zoppicante e sotto rendimento. Con la Tritium, l’amichevole post Capodanno, le prime avvisaglie che la piazza gli sarebbe stata contro alla prima occasione utile.
Dall’Atalanta al Napoli, il giro d’Europa del leccese
Già non simpaticissimo di base per la taccia di juventinità che lo accompagnerà sempre, il bell’Antonio fu rimpiazzato a Palermo dal traghettatore Valter Bonacina, la bandiera in licenza dalla Primavera, e quindi nella sostanza da Bortolo Mutti che accompagnò la truppa alla retrocessione. L’ultima, finora, di una lunghissima e onorata storia. I Ruggeri ci rimisero la società, ceduta ad Antonio Percassi il 3 giugno successivo, il secondo ritorno, ma stavolta da padrone, dopo essere stato presidente al 30 per cento delle quote per nome dell’azionista di riferimento Miro Radici nell’era post-Bortolotti. Stefano Colantuono riebbe la panchina dopo aver svernato al Palermo e al Torino. Per Conte, invece, Siena, Juventus, Club Italia, Chelsea, Inter, Tottenham e ora il Golfo, vincendo certamente più di qualcosina, mai però oltre confine. Adesso l’Atalanta, sabato 22 novembre, appare come lo spartiacque tra i suoi nervi tesi e la parola fine, che il suo presidente-padrone Aurelio De Laurentiis però vuole evitare di scrivere. Napoli e Atalanta, i due estremi di una carriera allora in sboccio, lo sono ancora per il presente e per il futuro. Chiamateli casi del destino, ma sono solo i corsi e i ricorsi di una palla che non rotola sempre dove vorremmo noi.


