Era tra gli eroi di quel 2 giugno 1963 che, di doloroso, per i bergamaschi, ebbe l’agonia dell’amato Papa Giovanni XXIII alla vigilia della sua salita per il premio dei giusti. Quello terreno, l’Atalanta, se lo conquistò alzando al cielo di San Siro la Coppa Italia, il primo trofeo della sua storia, grazie anche alla punizione tagliata dalla destra di Flemming Nielsen, morto questo stesso giorno sei anni fa, per il rompighiaccio di testa del triplettista di giornata Angelo Domenghini.
Sei anni senza il Fenicottero Nielsen
Un legame eterno, il suo, con la Bergamasca, anche perché aveva sempre mantenuto una casa ad Alzano Lombardo. Il Fenicottero di Copenaghen, così detto per le leve lunghe e secche sormontate da un busto da corazziere, se fosse vissuto fino a oggi avrebbe tagliato il traguardo dei novanta lo scorso 24 febbraio. Mediano o mezzala, era uno a due fasi che non si risparmiava. E da mezzodestro, numero 8, con Giorgio Veneri mediano di marcatura (numero 4), giocò quella sfida da sogno nel 3-1 al Torino. Tre stagioni da 112 presenze e 10 gol, per quello che di professione faceva il giornalista, essendo i danesi dotati di status dilettantistico. Un argento alle Olimpiadi del 1960 a Roma per completare il palmarès, giocò anche nel B93 in patria e negli scozzesi del Morton. Poi, l’Atalanta, il professionismo e l’esclusione conseguente dalla Nazionale. Il legame, mantenuto anche dal figlio Carsten, avvistato più volte alla Camminata Nerazzurra, non s’è dissolto nemmeno con l’abbandono della vita terrena di un Campione con la C maiuscola.




