Uno fa il direttore sportivo al Renate dal 2016, ma non ininterrottamente, viste le parentesi 2020-2022 alla Feralpisalò ora impiattata con le impallinate Rondinelle come Union Brescia, e alla Viterbese per un’annata. Era un centrocampista, o meglio un laterale, quando i pendolini o i quinti, come li chiamiamo abitualmente adesso, manco erano un ruolo ufficialmente riconosciuto. L’altro, scalando dagli anni novanta agli ottanta, era un polivalente della difesa, nato bergamasco per caso ma di origini padovane e vercellese “dall’asilo alla ragioneria” prima di incrociare i destini di chi voleva e doveva riportare la Regina delle Provinciali nel posto che le spettava e le spetta, Ottavio Bianchi e Nedo Sonetti. Lunedì 22 settembre spengono le candeline due giocatori che all’Atalanta rimasero qualche annetto, anche se le sono legati a vita: il neo cinquattottenne Oscar Magoni e il settantunenne Maurizio Codogno.
Codogno, una Dea senza tempo
Capitoletto non casuale, è il titolo del libro con la formazione sentimentale dell’Atalanta presentato nell’estate del 2022 alla Trattoria Da Giuliana, buen retiro gastronomico degli atalantini di ogni fascia d’età e ceto, scelto da Leonardo Bloch, curatore dell’opera insieme a Pier Carlo Capozzi che invece scelse di ritrarre il compianto Franco Nodari, ol Gat de marmo di Vertova. 2, 3, 5. Quando a destra non c’era Gianpaolo Rossi, quando basso dall’altra parte non giocava Giorgio Magnocavallo, quando a fare da stopper non c’era Daniele Filisetti. Il primo in ordine d’anagrafe dei due festeggiati, Codogno, nato per caso a Brembate di Sopra, appartiene a un’epoca in cui si marcava a uomo. Titolare nel biennio in B ’82-’84 propedeutico al ritorno al piano di sopra, sotto il piombinese, anche il 4 sulla schiena, nonostante lo preferisse terzino destro. Poi, in A, tantissima panchina, perché a chiuderlo ci sono anche Carlo Osti e Roberto Soldà. Ma lui, al rientro in serie A, marcò Paolo Rossi e Michel Platini contro la Juventus senza far toccare loro palla o quasi.
In viaggio per l’Italia
Maurizio, fisico solido e asciutto, ricci d’ordinanza e barba, cresciuto all’oratorio nell’Agnesina e poi nelle Bianche Casacche, comincia a fare sul serio diciannovenne al Treviso in serie D proseguendo il discorso proprio alla Pro Vercelli, dove nel 2009 sarebbe poi stato nominato responsabile dell’attività di base, alla Ternana dal ’77 e quindi a Modena in C1 prima di farsi desiderare sotto le Mura. Lì, una stagione interlocutoria nella Dea neopromossa dall’inferno del terzo campionato professionistico e la cavalcata per risalire sul palcoscenico più prestigioso, dove i colori nerazzurri mancavano da un quinquennio. Lasciata Bergamo per Arezzo nell’estate del 1986, dopo 68 presenze senza segnare di cui 12 in A, 4 in Coppa Italia e altrettante nell’Anglo-Italiano, il nativo brembatese appende le scarpe al chiodo a quota 36 dopo il triennio al Novara. Dal 1995 al 2003 ha allenato a sprazzi la Pro, il Pavia, la Valenzana e il Casale, restando al capezzale delle giovanili natìe fino al 2017.
Magoni, l’atalantino da Oscar
Il selvinese purosangue Magoni, sciatore e tennista provetto oltre che maestro nei due sport oltre che azzurro di pattinaggio su ghiaccio, nel calcio capitò quasi per caso con una bella gavetta da dilettante. Nessun ostacolo al salto carpiato verso l’Atalanta per decollare verso un’ottima carriera soprattutto da cursore. IIn nerazzurro capitò tra la fine dell’Antonio Percassi atto I e lo start della presidenza d’Ivan Ruggeri. Un metro e settanta per settanta chili di atleta d’acciaio con capacità polmonari e di corsa infinite, fratello di Paoletta, oro olimpico di slalom speciale a Sarajevo nel 1984, Magoni nel 1992 piovve dal cielo della C2 da neopromosso in C1 col Leffe di Bortolo Mutti, dopo essersi formato col “Mago di Lallio” Luigi Bresciani a tiro degli esordi con Selvino e Romanese (1986-89).
Tre stagioni, tre gol
Lontano da Bergamo
Alla promozione con Emiliano Mondonico seguono il Genoa, la via Emilia, il Napoli, l’Ancona, la Triestina, il Ravenna e la Nuova Albano per appendere le scarpe al chiodo a 38… autunni. Da allenatore, parabola corta: Vigevano, Isola, Renate a due riprese, Lecco, Colognese, Tritium, Sambonifacese, Ciserano e Pro Sesto, tra subentri ed esoneri. Carattere esuberante da bergamasco di valle, fosse un uomo da compromessi avrebbe avuto solo porte spalancate. Ma gli sta bene anche la Brianza, da dirigente, purché nerazzurra anche quella. Auguri.



