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Il fuorigioco – Papu, que pasa?

Qualche settimana fa l’Italia del Grande Fratello (Vip) sorrise e si commosse di fronte all’aereo con striscione inviato da un innamorato (quasi) tradito che chiedeva alla sua bella cosa stesse succedendo in quella casa e nel suo cuore. “Chechu, que pasa?” chiedeva lui. Noi non inviamo aerei, né ci sentiamo traditi, ma scriviamo anche noi – in tempi di letterine da inviare a Santa Lucia e Babbo Natale – per chiedere a Capitan Papu: que pasa?

La premessa deve essere ben chiara e ribadita: ci aspettiamo sempre tanto da lui perché sappiamo cosa è capace di fare (ce lo ha fatto vedere più volte), e non più tardi di una settimana fa lo abbiamo eletto migliore in campo nella partita contro il Benevento quando alcuni colleghi gli avevano riservato una bocciatura. Ma non ci sentiamo traditi dalle sue prestazioni, né pensiamo abbia mollato la presa proprio quest’anno.

Non vogliamo nemmeno scrivergli per chiedergli quando ritroverà la miglior forma fisica, come mai non segna più così tanto o come mai le sue non sono prestazione da 8 in pagella da qualche partita a questa parte.

Gli scriviamo chiedendogli “Que pasa?”, in modo affettuoso e attento usando suoni a lui famigliari, perché lo vediamo di umore non così brillante. Vorremmo rivedere un Gomez più “Papu” come ci aveva abituato l’anno scorso. Lo abbiamo visto qualche volta di troppo in campo usare un linguaggio del corpo che comunicava delusione, rabbia, a tratti sembrava sconsolato o incompreso, forse più con sé che con le situazioni di gioco. Il gol che non arriva, il rigore sbagliato contro l’Everton fanno il resto o sono la causa, poco cambia. E anche sui social, che non saranno il campo ma nel terzo millennio fanno spogliatoio e tengono alto l’umore dell’ambiente, lo vediamo meno “Papu”. Peccato.

L’Atalanta e gli atalantini hanno bisogno di ritrovare la sua argentinità più profonda che ci aveva entusiasmato l’anno scorso soprattutto. D’altronde argentinità fa rima con atalantinità perché entrambi vivono di passione, di emozione, di sacrificio, di romanticismo. E di pallone.

E gli scriviamo per dirgli di non intestardirsi, di non pensare di non essere più “el capitàn” di Bergamo, di non cercare il gol a tutti i costi, perché tutti sono ai suoi piedi.

Della partita di Torino, ad esempio, ci è rimasta impressa – in una partita tutto sommato discreta – quella giocata di suola che sembrava un passo di tango e che ha dato il là ad un’azione meravigliosa. Eccolo lì il Gomez che rivogliamo, quello su di umore e che giochi al pallone e che viva il pallone per divertirsi e farci divertire.

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