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“L’autobiografia? Nata dal lockdown a Bergamo”. Parola di Gosens

Ad Aktuell, periodico della DFB, la federcalcio tedesca, Robin Gosens si rivela in un’intervista in cui spiega origine e senso della sua autobiografia

“Durante il lockdown a Bergamo ho scambiato impressioni con un buon amico ed è nata l’idea del libro. Tutti hanno la possibilità di lavorare per raggiungere i loro sogni”. Parola di Robin Gosens, che ad Aktuell, periodico della Deutscher Fussball Bund (la federcalcio tedesca), ha spiegato origine e senso della sua autobiografia in uscita l’8 aprile, “Träumen lohnt sich – Mein etwas anderer Weg zum Fußballprof” (Edel Books, 256 pagine, 19,95 euro), che in italiano suona “Vale la pena sognare – Il mio percorso leggermente diverso verso il calcio professionistico”.

GOSENS E L’AUTOBIOGRAFIA DA LOCKDOWN. “Se non hai obiettivi, né sogni, non hai niente su cui lavorare. Chi lavora sodo e fa sacrifici ha la possibilità di ottenere ciò che si è prefissato di fare – rimarca il laterale mancino dell’Atalanta -. Per me è stato lo stesso: sognavo di fare il calciatore professionista e l’ho fatto. Leggo che in molti potrebbero esserne ispirati o motivati: una sensazione indescrivibile”.

GOSENS E L’ATALANTA. Il numero 8 nerazzurro parla della squadra che l’ha proposto alla ribalta. “Siamo insieme da quattro anni, questo è essenziale per avere successo: ci conosciamo tutti a fondo tra compagni di squadra, so quali sono i miei punti di forza e le mie debolezze – continua -. Finora i nostri avversari non si sono adattati perché giochiamo con uno stile completamente diverso da tutti gli altri: facciamo un pressing enormemente alto, a volte uno contro uno su tutto il campo. Rischiamo di aprire un’enorme quantità di spazio dietro di noi sulla linea difensiva, quindi a volte siamo vulnerabili. Se premiamo alto e prendiamo la palla, siamo presto con tanti giocatori in area di rigore avversaria. Il nostro allenatore dice che preferirebbe vincere le partite 5-4 piuttosto che con un noioso 1-0″.

GOSENS E IL LOCKDOWN. “Il momento più difficile della mia vita. Era brutto stare rinchiuso nel mio appartamento, per otto settimane, a leggere i reportage quotidiani che Bergamo era diventata una città fantasma, ad avere notizie di famiglia e sentirsi chiedere dagli amici se fossimo ancora vivi – chiude -. Il lockdown mi ha insegnato cosa è veramente importante nella vita, vale a dire avere persone care intorno a te e
sapere che sono sane. Tutto il resto è secondario. Viviamo in una società di prestazioni assolute in cui si tratta sempre di “più alto, più veloce, vai avanti” e in cui in fondo non si è mai soddisfatti. Ma se stai rinchiuso per otto settimane, noterai quanto sia speciale sedersi con gli amici in un bar, sorseggiare un espresso, chiacchierare e divertirsi insieme. Lo davo per scontato, non era così. All’ospedale di Bergamo c’erano i sacchi per i cadaveri impilati a lato dell’ingresso perché nessuno sapeva cosa farci: ci sono stato per un test, un giorno. Un’immagine completamente diversa rispetto alle persone che ne sono lontane. C’è da ritenersi dannatamente fortunati invece di negare che il virus esista o sia pericoloso: per chi lo fa non ho alcuna comprensione”
.

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