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Auguri a Ottavio Bianchi: dal campo alla panchina, fino alla gloria con Maradona

ottavio bianchi

78 candeline per il bresciano di nascita e bergamasco d’adozione da ormai mezzo secolo: Bianchi, due anni da mediano e altrettanti in panchina

Da mediano gli era riuscita una salvezza su due, tra 1971 e 1973. Con Giulio Corsini in panchina, 63 partite e 5 reti, di cui 1 al Leicester nella Coppa Anglo-Italiana, e la fascia da capitano nella seconda stagione contrassegnata dall’autorete di Giacomo Vianello contro il Vicenza costata carissima. Una volta finito dall’altra parte della barricata, il festeggiato di oggi Ottavio Bianchi si fece un nome favorendo la risalita dell’Atalanta dall’inferno della serie C. Il tutto prima della gloria al Napoli del compianto Diego Armando Maradona, l’epopea dei trofei: Coppa Italia proprio ai danni dei nerazzurri, che l’anno dopo parteciparono alla Coppa delle Coppe agli ordini di Emiliano Mondonico giungendo alle famose semifinali col Malines, scudetto e Coppa Uefa dal 1986 al 1989. Il bresciano di città diventato bergamasco d’adozione ormai da mezzo secolo spegne oggi, mercoledì 6 ottobre, 78 candeline. Fuori dalla mischia da ormai 19 anni.

BIANCHI, UN BIENNIO DA MEDIANO. Numero 4 o 8 stampigliato sulla schiena più che sulla maglia, il brevilineo biondino cresciuto nelle Rondinelle, una volta uscito dal nido, giocò dal ’66 al ’71 nel Napoli (con Zoff, Juliano, Sivori e Altafini) per chiudere, dopo il biennio orobico, col Milan di Rivera, il Cagliari del penultimo Riva e infine la Spal appendendo le scarpe al chiodo a quota trentatré. Nel ’73 la squadra, sostituiti Doldi-Adelio Moro-Sergio Magistrelli con Carelli-Ghio-Pellizzaro, piombò in B e tanti saluti. Tornato a Bergamo di qua della riga di gesso nell’estate del 1981, con due sole sconfitte riportò almeno in cadetteria, senza un secondo miracolo e quindi cedendo lo scettro a Nedo Sonetti, una Dea caduta in basso, grazie ai vari Vavassori, Filisetti, Magnocavallo, Snidaro, Foscarini, Moro, Magrin, De Bernardi e Mutti.

BIANCHI, LA PANCHINA E MARADONA. Il buon Ottavio, uomo pragmatico che è sempre passato per burbero, nonché per difensivista come allenatore, prima dei Ciucci del Pibe de Oro, di De Napoli, di Renica, di Careca (arrivato l’anno dopo il titolo) e dei successivamente epurati “ribelli” Garella, Ferrario, Bagni e Giordano, firmatari di una lettera di presa di distanze dal mister per giustificare la rimonta-scudetto milanista, masticò il pane duro della salvezza o della promozione di club decaduti o comunque di provincia. Dal ’78, Siena, Mantova, Triestina, Avellino e Como; quindi la Roma (Coppa Italia 1991), ancora il Napoli in sostituzione di Claudio Ranieri, l’Inter con esonero all’inizio dell’annata numero 2 e, dopo una pausa di ben 6 rivoluzioni terrestri, il colpo di coda alla Fiorentina che Vittorio Cecchi Gori avrebbe condotto al fallimento: dal 6 marzo 2001 responsabile dell’area tecnica, per poi tornare in panca sette mesi più tardi al posto dell’attuale ct Azzurro (2 presenze da giocatore per lui più 1 in Nazionale B) e assumere la presidenza il 5 aprile 2002 sostituendo Ugo Poggi. In agosto, i libri contabili che fanno crac. Tanti auguri.

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