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L’elogio di Kurtic: un guerriero da prima fila e da trincea

331 da professionista con 24 palloni nel sacco, 236 e 17 da quando è in Italia, più 43 e 1 in Nazionale: una parabola ancora sul più bello e sulla cresta dell’onda. Caduto nell’oblio? 707 minuti in campionato, 113 in Europa League e 91 nell’ottavo di Coppa Italia con il Sassuolo. Seconda linea? Forse, ma di extralusso. In una squadra che lotta per obiettivi su tre fronti, mica pizza e fichi. E se non è più il primattore ma una spalla, pazienza. Non per questo merita di fare da rattoppo in organici con l’acqua alla gola. A meno che non sia davvero lui a volerlo. Se il promesso sposo Jamsin Kurtic è spuntato nel Belpaese affacciandosi nella finestra invernale del 2010, dopo che nel Gorica – esperienza lasciata a metà – aveva accettato di giocare per mille euro al mese, e da allora non se n’è andato, un motivo ci sarà. Anzi, tantissimi. Anche perché a quanto a pare, a dispetto della particina da titolare lasciata vieppiù a Ilicic e Cristante nell’Atalanta da sogno, lo vogliono tutti. Mediano, mezzala, trequartista e arma tattica. Nelle sue sette vite calcistiche l’uomo mercato del momento, dato in uscita dal casello di Bergamo fin da quando è andato con la sua dolce metà ad ammirare le statue di Botero a strapiombo sul ricchissimo spicchio principesco di Costa Azzurra, s’è calato l’elmetto in più trincee. Accettando pure di fungere da portaordini in mezzo al fuoco di fila del nemico.

Al Varese di Rolando Maran che alla A non era andato poi così lontano, nella primavera del 2012, aveva finito per giocare a due davanti alla difesa. Vista da interno, invece, la sua carriera calcistica dal Palermo semi-gasperiniano della stagione successiva (la rumba di mister nell’avantindré ordinato da patron Zamparini è qualcosa da perderci le diottrie anche a sfogliare Wikipedia) alla Fiorentina passando per l’ex compartecipante (dall’estate 2013) Sassuolo e dall’altra avventura semestrale nel Torino. Strano destino, quello del neo ventinovenne sloveno cresciuto nel Bela Krajina che il 3 gennaio di 8 anni fa s’era ritrovato in rosanero insieme ai connazionali Ilicic, convinto a scartare la Samp per il nerazzurro principalmente da lui, Bacinovic e Andjelkovic. Quello di tuttofare buono a ogni utilizzo eppure eternamente discusso. E sì che, pur senza possedere gran piede e dotato soprattutto di grande forza fisica e senso tattico sopraffino, ha attraversato indenne le forche caudine degli opposti tatticismi della miriade di allenatori che la sorte gli ha appioppato. Dietro le punte, per dire, aveva sporadicamente giocato anche sotto Delio Rossi, quando alla “Favorita” c’erano Miccoli e Pinilla. E fra le linee la concorrenza si chiamava Pastore e – a ridaje… – Ilicic.

L’amico di sempre, incontrato in seguito in viola. Ma andiamo con ordine, per far luce su un curriculum professionale già luminosissimo di suo. Nonostante due estremità non proprio da fuciliere scelto, per quella tendenza a sbilanciarsi all’indietro col busto al momento di concludere, specie se deve accentrarsi. In Sicilia, insomma, il Gasp gli capitò, insieme agli ex atalantini Donati, Barreto e Budan (Migliaccio alla primissima toccata e fuga), dopo tre giornate di Sannino che poi avrebbe chiuso il cerchio dei dannati (B dritta), prima e dopo la parentesi Malesani. Sballottato tra moduli diversi, ma navigando costantemente a metà del guado. In neroverde Mapei, invece, 4-3-3 stabile con Di Francesco in panchina e gli ex nerazzurri Polito, Bianco, Schelotto e Zaza più una delle sue presunte monte di scambio d’attualità, il brasileiro Farias che rema dietro Pavoletti in Sardegna. In granata, sotto Giampiero Ventura, 3-5-2, Basha di tanto in tanto, e Cerci che a Firenze all’ultima giornata fallisce dal dischetto 3-2 e qualificazione europea.

Quella arriva per la prima volta proprio nel club di stanza al “Franchi” (c’era Andrea Lazzari tra le riserve), quando Vincenzo Montella porta i suoi alle semifinali dell’Europa League stessa (perse col Siviglia campione) e della Coppa Italia (con la Juve; Dea battuta agli ottavi, dopo essere stata perforata in campionato il 21 settembre ’14 da sostituto in corsa di Badelj al 58′ con un bolide mancino), ma dopo un’annata da mezzala da 3-5-2 con Mati Fernandez e Pizarro play ecco la chiamata da Zingonia il 25 giugno di 3 rivoluzioni terrestri fa. 3 milioni e mezzo di ottimi motivi, quadriennale, sospeso da Edy Reja tra il terzetto in mezzo (preferibilmente con de Roon basso e Carmona o Cigarini) e la trequarti destra con Diamanti e il Papu Gomez dietro Borriello o Pinilla (Denis via a gennaio).

Il giro di corsa 2016-2017 è stato indubbiamente il migliore di tutti, con 37 presenze e 6 reti nella sola serie A che sono tanta roba sulle 92 e 10 totali in nerazzurro. Ma questo non è così a fiato corto come si crede: 7 su 14 da titolare (l’ultima a Torino il 2 dicembre) in regular season, 1 su 1 nel trofeo della coccarda (rosso per minirissa con Mazzitelli, ma non ha iniziato lui), 1 su 4 in EL (a Nicosia, il 2 novembre, con l’Apollon Limassol, fuori per Gosens al 69′). Dal kick off contro Roma (3-4-3, Ilicic dal 70′), Chievo (3-4-2-1 con il connazionale), Fiorentina (3-4-3, sostituito da Cornelius al 51′, e connazionale falso nueve), Juve (3-4-3, Petagna dal 56′), Udinese (3-4-2-1 e gol del provvisorio 1-0 su assist di Toloi), Inter (3-4-1-2) e Toro (idem, dal 46′ Ilicic). Da riserva a Napoli (per Cristante dal 62′), col Sassuolo (3-4-3, dal 58′ per Kurtic), il Bologna (dal 66′ per Petagna dietro Ilicic-Cornelius), il Verona (segna il 3-0 al 75′ su cross di Gosens dopo essere subentrato al danese al 64′), la Spal (dal 63′ per Cristante), la Lazio (dal 71′ per Petagna, ancora con i due fantasisti davanti) e il Milan (per Cristante a dieci dal novantesimo) il 20 dicembre; in coppa, con l’Everton a Reggio Emilia (per Cristante dall’82’), coi ciprioti all’andata (per Gomez all’80’) e col Lione al ritorno nel trionfo del primo posto nel Group Stage E del 7 dicembre (per Petagna dalla mezzora della ripresa). Cifre niente male, utilità sempre altissima. Rinunciare a cuor leggero a uno così, qualunque contrappeso ci sia sull’altro piatto della bilancia, se non è un errore poco ci manca.

 

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