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Domenico Moro, dalla C alla A: “L’Atalanta di oggi? Fisico e tecnica”

Adesso a Bergamo c’è il Papu che gode di una reputazione da Papa. Facile portare l’Atalanta dei sogni in palmo di mano, scrivendoci su dei peana che non finiscono più. Al di là della stretta attualità, materia da nuda cronaca, è la storia a dover rendere il dovuto omaggio agli eroi coi tacchetti affondati nell’erba dei tempi andati. Perché i nerazzurri a un certo punto erano all’inferno. A traghettarli di nuovo in paradiso, con due anni di B per farcela, dal 1981 al 1984, anche Domenico Moro, figurina che si stacca dall’album dei calciatori per incollarsi col mastice a quello delle memorie. Del resto, all’epoca, dalla fascia destra, fino alla serie A non era riuscito a schiodarlo nemmeno un certo Roberto Donadoni.

Stesso ruolo di uno dei suoi più grandi interpreti.
“Giocava in corsia come me, proprio dalla stessa parte. Fortissimo in tutto, specie in uno contro uno. Lui è del ’63 e io del ’62, 2 gennaio. Ero vivace, correvo parecchio. Roberto ci mise un po’ per prendere le misure alle partite: in allenamento faceva cose strabilianti, avendo qualità incredibili, da quel campione che poi si sarebbe rivelato. È esploso grazie a Nedo Sonetti, a suon di strattonate: un tecnico di carattere. Preparatissimo, come Ottavio Bianchi che ci aveva riportato fino alla serie cadetta”.

Quale fu il segreto di quell’impresa?
“Un gran bel gruppo. Un mix di gioventù, forti motivazioni e tasselli giusti al posto giusto. Se ne cambiavano un paio alla volta, ma di fatto siamo tornati in A con lo zoccolo duro. Benevelli, Magnocavallo, Vavassori, Magrin, Snidaro, Bortolo Mutti, De Bernardi. Poi Ezio Bertuzzo, Pacione, l’altro Moro, Adelio, più Agostinelli, Vella e altri”.

Da Montebelluna a Bergamo appena maggiorenne. Dalla C2 a una C1 da vincere.
“Infatti ero convinto che sarei stato aggregato alla Primavera, invece feci il ritiro a Predazzo. Sonetti poi ne avrebbe spostato la sede a Roncegno. Mi ero fatto conoscere nel biennio precedente, affrontando la Romanese in D e la Virescit in C2. È curioso come da Montebelluna in nerazzurro ci siamo finiti in tre: giocavo con Marino Magrin e Claudio Foscarini, un centrocampista offensivo che segnava e un regista. Ci siamo ritrovati qui, loro erano andati rispettivamente a Mantova e Treviso”.

In serie A, poco spazio. Per via di Donadoni…
“Il posto ormai era suo, io debuttai contro la Fiorentina e poi venni ceduto a novembre con le liste suppletive: allora il mercato di riparazione cominciava prima. Andai alla Triestina, quindi due anni ad Ancona, Campobasso, un altro biennio a Pistoia. Il giro d’Italia. Poi il ritorno in Bergamasca. A Leffe, in C2, con Luigi Bresciani, il Mago di Lallio, e quindi con un ex compagno come Mutti con la promozione in C1, per appendere le scarpe al chiodo con l’Albinese in D”.

Quindi la vicenda professionale in panchina. Sempre in provincia.
“Leffe, Brembillese, Stezzanese, Voluntas Osio, Ponte San Pietro, Scanzorosciate, Frassati Ranica, Azzano Calcio e Azzano Fiorente Grassobbio. Ormai è il quarto anno da responsabile del settore giovanile. Sono un pensionato Enpals dall’anno scorso, ma ho anche lavorato da Marino Lazzarini (il presidente del Club Amici dell’Atalanta, imprenditore nel settore dolciario, ndr). Ad Azzano San Paolo la collaborazione con il Papu Gomez e l’Atalanta ci ha messo in vetrina, perché siamo diventati la casa della Primavera, ma ce la siamo guadagnata ingaggiando istruttori capaci. Mandiamo alcuni ragazzi in prova a Zingonia. Proprio lì domenica mattina c’è un test fra le rispettive squadre Allievi. E i genitori ci affidano i loro ragazzi: la soddisfazione è tutta qui. Io mi diverto ancora in campo, nel campionato amatori Uisp over 40, nella Cominder ex Bracco con Gian Mario Consonni e Sandro Salvioni”.

Dal tipico giocatore della scuola degli anni ottanta, per chiudere, non ci aspettiamo altro che un raffronto col calcio di oggi.
“Quelli che danno del tu al pallone ci sono anche adesso, solo che si va a cinquanta all’ora mentre noi all’epoca forse a due. Prima avevi più tempo e spazio per ragionare, adesso appena devi giocare la palla non puoi fermarti a guardare a chi darla ma saperlo in anticipo, perché ti aggrediscono subito. L’aspetto fisico e atletico ha guadagnato sempre più importanza: ora l’Atalanta ha sei preparatori atletici, noi solo Feliciano Di Blasi che poi avrebbe seguito Fabio Capello al Real Madrid. Mi piace Bryan Cristante, perché sa abbinare la tecnica alle prestazioni fisiche attaccando come un ossesso. Remo Freuler fa decisamente più chilometri, ma è a metà fra la rottura e l’impostazione. Lo stesso Gomez nonostante la stazza ridotta sa farsi rispettare: del resto il suo connazionale Maradona, da me affrontato in Coppa Italia con l’Ancona, piccolo quanto lui, aveva una forza incredibile. E Andrea Petagna, tecnicamente fortissimo, è uno capace di prendere la squadra per mano facendo salire e inserire chiunque. Gasperini ha il top”.

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