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Ottavio Bianchi dice 79: dalla risalita dalla C1 alla gloria con Maradona

ottavio bianchi

 Golfo 78 candeline per il bresciano di nascita e bergamasco d’adozione da ormai mezzo secolo: Bianchi, due anni da mediano e altrettanti in panchina

Un bresciano a Bergamo, diventato napoletano per un po’ ma rimanendo sempre ad abitare dalle parti di Città Alta. E quanto nerazzurro per Ottavio Bianchi, gloria del Golfo insieme all’eroe eterno Diego Maradona, oggi al settantanovesimo appuntamento con l’anagrafe. Il festeggiato ex atalantino di giovedì 6 ottobre ha fatto in tempo a farsi amare anche dai tifosi nerazzurri. Prima, da mediano al fosforo e da cambio di passo, una salvezza su due tra 1971 e 1973, 63 match e 5 gol di cui 1 al Leicester nella Coppa Anglo-Italiana con Giulio Corsini in panchina, condite dalle insegne del capitano nella seconda stagione contrassegnata dall’autorete da sprofondo rosso di Giacomo Vianello contro il Vicenza. Otto-nove rivoluzioni terrestri più tardi, invece, da tecnico, al risalita in B dalla C1, il punto più basso della storia societaria. Il doppio salto si sarebbe completato nel 1984 da Nedo Sonetti, ma l’appuntamento con la leggenda era solo rinviato. Leggi, il Napoli del primo scudetto finito a sud della Capitale, nel 1987, vincendo tra l’altro la Coppa Italia proprio ai danni dei nerazzurri, che l’anno dopo parteciparono alla Coppa delle Coppe agli ordini di Emiliano Mondonico giungendo alle famose semifinali col Malines, e la Coppa Uefa, tutto dal 1986 al 1989.

BIANCHI, UN BIENNIO DA MEDIANO. Fuori dalla mischia da un ventennio, il numero 4 o 8 che fu, brevilineo biondino e ricciuto che nemmeno Andrea Icardi 14 anni dopo, cresciuto nelle Rondinelle, giocò dal ’66 al ’71 nel Napoli (con Zoff, Juliano, Sivori e Altafini) per chiudere col Milan di Rivera, il Cagliari del penultimo Riva e la Spal appendendo le scarpe al chiodo a quota trentatré. Nel ’73 la squadra, sostituiti Doldi-Adelio Moro-Sergio Magistrelli con Carelli-Ghio-Pellizzaro, piombò in cadetteria. Tornato a Bergamo di qua della riga di gesso nell’estate del 1981, con due sole sconfitte scacciò il terzo campionato professionistico come un incubo, ma senza un secondo miracolo e quindi cedendo lo scettro al piombinese, grazie ai vari Vavassori, Filisetti, Magnocavallo, Snidaro, Foscarini, Moro, Magrin, De Bernardi e Mutti.

BIANCHI, LA PANCHINA E MARADONA. Il buon Ottavio, pragmatico destinato a passare per burbero e difensivista, prima dei Ciucci del Pibe de Oro, di De Napoli, di Renica, di Careca (arrivato l’anno dopo il titolo) e dei successivamente epurati “ribelli” Garella, Ferrario, Bagni e Giordano, firmatari di una lettera di presa di distanze dal mister per giustificare la rimonta-scudetto milanista nella primavera ’88, masticò il pane duro della salvezza o della promozione di club decaduti o comunque di provincia. Dal ’78, Siena, Mantova, Triestina, Avellino e Como; quindi la Roma (Coppa Italia 1991), ancora il Napoli in sostituzione di Claudio Ranieri, l’Inter con esonero all’inizio dell’annata numero 2 e, dopo 6 anni di pausa, il colpo di coda alla Fiorentina condotta al fallimento nel finale della gestione di Vittorio Cecchi Gori: dal 6 marzo 2001 responsabile dell’area tecnica, per poi tornare in panca sette mesi più tardi al posto dell’attuale ct Azzurro (2 presenze da giocatore per lui più 1 in Nazionale B) Roberto Mancini e assumere la presidenza il 5 aprile 2002 sostituendo Ugo Poggi. In agosto, i libri contabili che fanno crac. Tanti auguri.

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