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Ronzon, Manueli e Limido: tris di compleanni

7 marzo, candeline per tre ex nerazzurri protagonisti di tre decadi diverse

Chi è stato in ballo tra cadute e risalite, chi ha recitato degnamente la parte di quello di passaggio, chi le cadute ha dovuto affrontarle in un dopo calcio un po’ turbolento molto probabilmente senza averne colpa. Il calendario atalantino di oggi propone il compleanno a tre di Pierluigi Ronzon (84), Luigi Manueli (65) e Bruno Limido (57), stantuffo di fascia sinistra, uno Spinazzola più compatto e dal gol in canna che alla Juve vinse Supercoppa Uefa (1984) e Coppa dei Campioni (1985) ma come tanti suoi pari non ebbe la carriera che i mezzi tecnici gli avrebbero consentito.

Partiamo proprio dal fondo, toccato letteralmente dal varesino che per 36 giorni, da quell’infausta carcerazione preventiva (29 ottobre 2014) per una maxi frode fiscale nel settore logistica, abitò a San Vittore suo malgrado. Accuse sfociate in un processo iniziato a fine dello scorso gennaio, per il ruolo di mediazione coi clienti di una rete di cooperative facente capo ad Antonio Rosati, ex presidente del Varese. Il suo primo amore calcistico, nel segno di Giorgio Rumignani ed Eugenio Fascetti. Diviso con l’Avellino allo start di una parabola a pelo d’erba che sembrava promettere di più. Perché se prima di finire a Bergamo (con Nedo Sonetti, 4 presenze più 2 in Coppa Italia nel 1985/86 per poi andare in prestito al Bologna, e 18 più 9 nel 1986/87 della caduta in B), Lecce, Cesena e Solbiatese per appendere le scarpe al chiodo trentunenne una volta tornato alla base, ti ritrovi vestito di bianconero, significa che ci sai fare.

Solo che a differenza degli ex compagni in Irpinia Tacconi, Vignola e Favero, a Limido, tutto sgroppate e tiro-cross ambidestro ciclonico come pochi, vedi i due gol dalla bandierina in maglia verde e poi col Cesena, toccarono le briciole della mensa degli epuloni: poker di allacciate di scarpe in campionato, tris nella regina di coppe e settebello nel trofeo della coccarda. Forse troppo a metà per quei tempi tra lo spot di terzino e quello di pendolino a tutta fascia, al contrario di un altro prodotto del vivaio insubre come Manueli, vogherese di destra che il 7 ce l’aveva quasi tatuato sulla pelle sotto la casacca, e nell’annata in forza alla neopromossa di Titta Rota infila due pregevoli prodezze: nel 2-1 di Verona e da match winner a “Marassi” col Genoa. In tutto, per lui (Alessandria, il Grifone, Verona, Saviglianese e Cairese le altre stazioni prima del capolinea, nel 1989), 25 presenze, compresa quella in Coppa Italia e tre nella Coppa Rappan.

Quanto a Ronzon, di Gemona del Friuli come Simone Padoin, era la classica mezzala da sistema, raffinata e bifase, cresciuta e arrivata dalla Samp come il vicentino Adriano Bassetto poco prima di lui, con l’otto sulla schiena e il vezzo di metterla dentro ove richiesto: 11 gol in B nel 1958/59, 2 meno del capocannoniere di squadra Giovanni Zavaglio. La stagione del rientro al piano di sopra, dopo la retrocessione d’ufficio (allenatori Carlo Rigotti, Giuseppe Bonomi e l’austriaco Karl Adamek, rimasto in sella anche in cadetteria) per il Caso Azzini, leggi la presunta combine per vincere facile a Padova con il centromediano biancoscudato presunto colpevole eponimo. Ne avrebbe fatta un’altra sotto Ferruccio Valcareggi e stop, quindi la triade big Milan-Napoli (Coppa Italia ’62, allenatore Bruno Pesaola)-Lazio: 253 presenze e 31 reti in A, 187 e 12 in B, 1 partita in Nazionale il 13 marzo 1960 a Barcellona contro la Spagna persa 3-1. Non malaccio. Tanti auguri a tutti e tre, perché il nerazzurro è come i diamanti e le donne: per sempre.

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