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Le cifre contro il Cagliari: ai punti si vince solo alla boxe

Sessantotto per cento a trentadue, diciassette occasioni nitide. Il primo dato, quello sul possesso palla, lo riportano la Lega Calcio di Serie A e qualunque altra fonte internettiana. Il secondo è stato annunciato a fior di labbra da Gian Piero Gasperini a bocce ferme, davanti alla platea di giornalisti, una volta consumatasi l’imprevedibile sconfitta casalinga della sua Atalanta col Cagliari. Dando uno sguardo anche fugace alle statistiche di squadra senza tener conto delle falle apertesi sulla prima vera palla inattiva e su un contropiede (palla persa da Spinazzola, Farias serve Padoin per il raddoppio) che mai nella vita avrebbe dovuto e potuto esserci, in effetti, il ko dell’ultimo match dell’anno risulta abbastanza incomprensibile.

Ma il gioco del pallone non è la boxe e il prato di metri centocinque per sessantotto non è assomiglia nemmeno vagamente a un ring contornato di corde, quindi chi parla di vittoria ai punti andrebbe caldamente invitato a cambiare sport. A bordocampo al massimo c’è il (o la ) Var, mica una giuria pronta a contare le manate a segno sul corpaccione dello sfidante. L’accumulo di cifre a favore non racconta nulla della capacità di un collettivo di trasformare in oro tutto quello che passa dai piedi dei singoli. Casomai, a fronte di un punteggio negativo, sul versante nerazzurro dice a chiare lettere che la concretezza, ovvero l’assenza della stessa, è un difetto che a volte si materializza sotto forma di ostacolo insormontabile. L’inconcludenza come primo nemico, altro che quello che gioca nella metà campo opposta.

I sardi sono stati sì subissati di ogni voce possibile del tabellino del senno di poi che si desume dal passaggio al setaccio delle varie fasi del confronto. 25 tiri complessivi a 4, 18 chances create (al Gasp ne mancava una, vabbe’) a 4, un legno (la traversa di Mancini) a zero, 27 cross a 10, 44 disimpegni difensivi forzati dei rossoblù contro 11 dei bergamaschi. Che si sia giocato a una porta sola non è dunque un mistero. Ma il rovescio della medaglia c’è e si vede, senza bisogno di scomodare highlights e replay. Per cominciare, l’unica palla inattiva fruttuosa appartiene agli ospiti ed è l’angolo di Cigarini su cui Pavoletti ha colpito in elevazione indisturbato. Poi, i duelli aerei, assegnati a Casteddu con una percentuale favorevole di 64 a 36: 15 su 22, di cui ben 6 su 8 in area di rigore, con Ceppitelli a vincerne 5 di cui 3 a presidio dell’area piccola. Per passare sarebbero servite verticalizzazioni col contagiri tenendo l’attrezzo di cuoio a pelo d’erba, inutile sfornare traversoni.

Che la Dea abbia punto poco è un’altra spiegazione del perché si sia finito per perdere già entro la prima metà del primo tempo una gara ampiamente alla portata. A parte le sei parate di Rafael contro la sola di Gollini, ben nove tiri murati contro nessuno sono qualcosa che deve indurre alla riflessione. Due di Hateboer, Ilicic e Petagna, uno a testa per Gomez, Spinazzola e de Roon. Tre fuori area, tutti gli altri dentro. Motivo? Frenesia a suon di tentativi di sparare purchessia la sfera in direzione della porta altrui, evitando di passare dalla via maestra di un’azione o una combinazione pulita e geometrica. La formazione di Diego Lopez è stata presa a pallate, come sostiene il tifo atalantino sull’onda della fierezza e dell’orgoglio ferito per un ko tecnicamente inspiegabile? Può darsi. Ma qualcuna di troppo è rimbalzata all’indietro, in faccia a un mittente che ha l’imperativo categorico di raddrizzare questa benedetta mira.

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